Banche, Tesoro e nanocrati UE: un mix d’incompetenza e disonestà. di Marco Saba

Fonte: http://scenarieconomici.it/banche-tesoro-e-nanocrati-ue-un-mix-dincompetenza-e-disonesta-di-marco-saba/

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Il segreto di Stato e il segreto del Consiglio di Stato

L’ultimo capitolo della saga bancaria è senz’altro quello con cui il Consiglio di Stato ha negato l’accesso ai giornalisti al testo dei contratti sui derivati sottoscritti dal MEF e dalle 19 banche estere che tengono in pugno il paese, le cosiddette “specialiste in titoli di Stato”. (1)

Tutto origina dal fatto che lo Stato italiano non vuole emettere direttamente la moneta sovrana a corso legale, ma preferisce che siano le banche private a farlo, senza alcuna contropartita positiva ma anzi, con gravi danni all’economia nazionale. Ovvero: un “debito pubblico” di oltre 2.100 miliardi di euro che non trova un “credito pubblico” sufficiente ad eliminarne la necessità. Ed è proprio l’emissione diretta del danaro che darebbe allo Stato quel credito che gli manca, infatti nel sito della ex-pubblica Banca d’Italia leggiamo che: “Quando la moneta è prodotta dallo Stato, è quest’ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e servizi, la mette in circolo nell’economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione.” (2)

Nell’indifferenza ignorante del pubblico, bankitalia però specifica che è meglio che sia la banca stessa ad emettere la moneta e che, in quel caso, il guadagno non sarebbe più il medesimo, ovvero il controvalore della moneta emessa ma bensì gli utili o interessi che si ricaverebbero investendola… Cambiando il soggetto emittente, da Stato a Banca, magicamente il signoraggio stesso cambia la sua definizione e consistenza: due pesi e due misure.

Il delirio contabile tra Stato e Banca d’Italia

Non contento di avere relegato e regalato alla Banca d’Italia il potere d’emissione, lo Stato tafazziano-fantozziano pretende di garantire il valore di questa moneta cedendo titoli di debito “a copertura”. Lo Stato cioè “coprirebbe” un suo credito con un suo debito (!), per annullarlo e così farlo sparire: una vera assurdità che nemmeno sotto l’effetto di psicofarmaci si potrebbe concepire. Questo, si sostiene nelle aule universitarie di economia, darebbe stabilità e maggiore credibilità al sistema – mentre proprio il contrario è ciò che si avvera.

Per confondere le cose, la Banca d’Italia “scarica” l’utile da emissione di banconote con una passività semifalsa nel suo bilancio, denominata “banconote in circolazione”. Questa passività da 174 miliardi di euro, che, per pudore, non considera la massa di tutto il denaro elettronico emesso da bankitalia, oltre alle banconote, non trova riscontro in una corrispondente attività nel bilancio del Tesoro, non viene cioè incassata dal Tesoro stesso. (3) E’ come se la Banca d’Italia esponesse delle spese che non sostiene, ovvero il valore facciale delle banconote emesse, per abbassare fittiziamente i suoi profitti che, altrimenti, se evidenti, andrebbero davvero restituiti al Tesoro – come la banca sostiene erroneamente che nella realtà farebbe.

Questa evasione fiscale è equivalente, in tutto e per tutto, a quello che avviene quando una impresa contabilizza spese fittizie per abbassare i profitti ed evadere le tasse.

Il successo dell’attacco criminale privato alle finanze pubbliche

Nella indifferenza o compiacenza più totale degli organi di controllo, apparentemente soggiogati o dominati dal cartello bancario, si consuma una enorme frode a danno del patrimonio e della cittadinanza tutta (55 milioni di persone), banchieri esclusi (circa un migliaio di persone).

Già perché non è solo la banca centrale ad emettere danaro (banconote e danaro elettronico denominato in euro), ma anche tutte le banche commerciali, che operano nel paese, sotto forma di “euro bancario”. E se le banconote in circolazione ammontano a 174 miliardi (bilancio bankitalia al 2015), il danaro emesso dalle banche commerciali ammonta a 1.800 miliardi l’anno, corrispondenti agli impieghi annuali dichiarati dal governatore Visco, mentre quello emesso dalle banche centrali – BCE + bankitalia – non è dato sapere, poiché non viene indicato nelle passività da danaro in circolazione. Presumiamo che quest’ultimo valore si possa calcolare sommando il QE della BCE pro-quota per l’Italia più il danaro emesso da bankitalia per l’acquisto dei titoli, delle riserve in valuta estera, per il pagamento degli oltre 7mila dipendenti, etc. etc.

La quantificazione dei danni

Ragionevolmente, la cifra annuale non dichiarata, sommando l’emissione di tutte le banche che operano in Italia, si aggira annualmente su una cifra equivalente al debito pubblico TOTALE. Ogni anno. Una cosa mostruosa. Un reddito che, a tassazione ordinaria (IRES +IRAP), coprirebbe ampiamente da solo il costo annuale del bilancio dello Stato.

La crisi bancaria sotto il riflettore contabile

La consapevolezza di questi redditi bancari fa sorridere di fronte a tutta la propaganda che parla di “crisi delle banche” e di necessità di ricapitalizzazione delle stesse. Le banche si ricapitalizzano continuamente creando danaro attraverso un trucco contabile semplicissimo: invece di dichiarare nell’attivo di cassa il danaro creato dal nulla come una attività, la banca lo dichiara come passività nello stato patrimoniale sotto la voce “debiti verso clientela”. Di nuovo, una passività falsata dal fatto che la banca mai salda questo debito, poiché non si può pagare il denaro creato dal nulla con altro denaro creato dal nulla, non ha senso, ovviamente. E quando si contesta in Tribunale questa magagna, la banca si difende puerilmente sostenendo che agirebbe secondo il diktat di due banche centrali private, bankitalia e la BCE, che utilizzano un trucco analogo! (4)

E’ come se Al Capone si giustificasse chiamando in causa l’autorizzazione ricevuta dalla cupola di Cosa Nostra, non vi pare? Con la differenza che, nel caso della cupola mafiosa, ci vogliono decenni per trovare i nascondigli dei padrini e quando si trovano, si aspetta qualche settimana prima di perquisirli… Nel caso delle banche, gli indirizzi dei padrini si conoscono benissimo, ma sono quelli dei fiancheggiatori che rimangono segreti… e comunque si fa finta di nulla.

La distruzione dei libri contabili della BCE

A rinforzare il sospetto di malcelata mala fede della Banca Centrale Europea, si noti che quest’anno la banca ha addirittura soppresso la pubblicazione del suo stesso “rendiconto finanziario”, ovvero dello strumento contabile principe che misura i flussi di cassa. (5) Cosicché nel caso della BCE non possiamo più parlare di “mancata contabilizzazione nelle attività del danaro creato durante l’esercizio”, ma direttamente di “distruzione di libri contabili”.

L’iperfascismo delle autorità italo-europee

La perdita di credibilità nei “notai delle transazioni monetarie”, ovvero le banche commerciali e quelle centrali, accompagna la perdita di fiducia dei cittadini in uno Stato sempre più complice evidente di tutte queste disfunzionalità. La soluzione brillante per evitare la caduta dello Stato ipercorporativista – cioè uno stato complice delle corporation in modo molto maggiore di quanto accadeva durante il periodo fascista – è stata trovata nell’istituzione dell’Unione Europea dove si nascondono i nanocrati dei regolamenti assurdi che dobbiamo recepire in Italia senza fiatare, compreso lo stesso corpus di regolamenti sregolati del sistema bancario.

L’Unione Europea aveva come scopo finale, per nascondere l’inciucio Stato-banche, di creare una istituzione dove la privata banca centrale europea la fa da padrona, senza nemmeno l’esistenza di un ministero del Tesoro per fare da contraltare o perlomeno da complice, come avviene in Italia. Non si salvano nemmeno le apparenze. Non c’è più nemmeno bisogno del divorzio: il coniuge pubblico della banca centrale, il Tesoro, è stato abortito dall’inizio.

La diplomazia diretta: scrivo alle autorità

Naturalmente, ho scritto a molti: funzionari europei, ministri delle finanze, periti dei Tribunali, magistrati… (6) (7)

Tra i ministri delle finanze mi hanno risposto quello svizzero e quello neozelandese, con argomentazioni che non argomentano. Il ministro neozelandese sostiene che la banca centrale registra le banconte come passività perché sarebbero “rimborsabili a richiesta” (testuale: “redeemable-on-demand”) (8), il ministro svizzero, di fronte ad un mio intervento presso la loro banca centrale, dove tra l’altro contestavo la soppressione del loro rendiconto finanziario, mi rispose sostenendo che il danaro bancario non sarebbe vero danaro e che comunque risponderà meglio ad un momento opportuno (?). (9)

I funzionari europei mi risposero opponendo alle mie argomentazioni il fatto che non ero autorizzato io a fare tali osservazioni, non essendo una banca o un’autorità finanziaria direttamente interessata… Nell’Unione Europea iperfascista, solo le corporazioni hanno voce. I cittadini hanno meno diritti di quelli riservati agli animali. La fattoria dei non-animali!

Il tabù del signoraggio – il segreto privato e il “segreto del governo”

In vari blog blasonati (Travaglio e Grillo, tra i tanti) era addirittura specificato nelle regole del blog che i post sul signoraggio sarebbero stati censurati e non pubblicati, assieme ai post razzisti, nazisti e quant’altro…

In Italia giacciono inevase da anni interrogazioni a vari governi in merito alla questione del signoraggio sull’emissione di moneta – Di Pietro, Scilipoti, Sibilia … (10)

Con immigrazioni, cantanti, guerre, terrorismo, calcio, olimpiadi, terremoti e pornografie economiche (gli 80 euro), si continua a cercare di addomesticare un pubblico sempre più disperato e disincatato, distogliendolo da questioni vitali.  Fino a quando?

di Marco Saba, IASSEM

Note:

1) Diritto di informare, la sentenza del Consiglio di Stato: vietato fare inchieste sui contratti segreti – Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2016

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-consiglio-di-stato-vietato-fare-inchieste-sui-contratti-segreti/

2) Sito della Banca d’Italia:

https://www.bancaditalia.it/compiti/emissione-euro/signoraggio/index.html

3) Tesoro sommerso: l’errore contabile del ministro Padoàn

http://centralerischibanche.blogspot.it/2016/07/tesoro-sommerso-lerrore-contabile-del.html

4) Tribunale di Genova: accertamento tecnico sulla creazione di danaro bancario

http://centralerischibanche.blogspot.it/2016/08/tribunale-di-genova-accertamento.html

5) Sindrome di Torfason: anche la BCE non pubblica i flussi di cassa

http://seigneuriage.blogspot.it/2016/04/sindrome-di-torfason-anche-la-bce-non.html

6) Banche: necessità dell’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza

http://scenarieconomici.it/banche-necessita-dellaccertamento-giudiziario-dello-stato-dinsolvenza-di-marco-saba/

7) To EC ANTITRUST FERNANDEZ, Re: BANKING TRUST

http://leconomistamascherato.blogspot.it/2016/07/to-ec-antitrust-martinez-re-banking.html

8) Chit-chat with Bill English, Deputy Prime Minister of New Zealand on seigniorage

http://leconomistamascherato.blogspot.it/2016/08/chit-chat-with-bill-english-deputy.html

9) Svizzera: Presa di Posizione del Ministro delle Finanze

http://seigneuriage.blogspot.it/2016/06/svizzera-presa-di-posizione-del.html

10) Video dell’interrogazione dell’On. Sibilia:

https://www.youtube.com/watch?v=kxFbcopXNQU

Intervention de M. Marco Saba à l’assemblée générale de la BNS sur le 108° Rapport de gestion de la Banque Nationale Suisse 2015

— Berne, 29 avril 2016 –-

(Discours intervenu après l’exposition du point 3, à savoir la déclaration de KPMG)

Bonjour, je m’appelle Marco Saba, je suis actionnaire.

Je demande que mon intervention soit reproduite intégralement au procès verbal de l’assemblée, y compris les notes jointes au document écrit, comme preuve de la chose retrouvée, conformément aux articles 720 et 722 du Code civil suisse (1) – il s’agit des 600 milliards de francs suisses non comptabilisés, en plus d’un montant à vérifier d’une valeur d’acquisition historique exprimée en francs suisses d’or, d’immobilisations corporelles, de titres en CHF, de participations et autres activités.

Dans la réponse du Conseil Fédéral du 19.08.2015 à l’interpellation numéro 15.3391 (2), ce dernier dit clairement que:  “La majeure partie de la monnaie créée par la BNS est déjà mise en circulation sous forme de monnaie scripturale” et “Ces capitaux étrangers ne devant pas être remboursés, présentent certaines caractéristiques des fonds propres. En fait, en examinant le bilan présenté par l’administration de la BNS, j’ai relevé qu’il manquait le poste indiquant le montant de francs suisses crées pendant l’exercice, ce qui altère la valeur des fonds propres de la banque, la faisant figurer comme une “perte” d’exercice qui ne saurait se vérifier si la création de monnaie avait été correctement comptabilisée.

J’explique. Comme cela ressort d’une récente étude de la BCE qui a mené une enquêté auprès de 57 banques centrales dans 5 continents différents, y compris la BNS: “Les banques centrales sont protégées contre l’insolvabilité grâce à leur capacité de créer la monnaie”. (3). L’étude précise aussi que le fait de déroger aux règles comptables équivaut à la non conformité de ces memes règles comptables .

Malgré les assurances du réviseur KPMG, ce bilan ne peut pas être approuvé puisqu’il n’a pas comptabilisé correctement la création de monnaie qui n’est pas notée dans les actifs de la banque ni dans ses fonds propres. La banque ne peut pas déclarer avoir rédigé le bilan conformément aux règle Swiss Gaap pour la raison même qu’elle a fait une exception non justifiée aux règles, en ignorant les données nécessaires à un une image fidèle de la situation patrimoniale, financière et des revenus de 2015 (4).

Il est vrai que la Loi de la BNS (5) prévoit qu’il est possible de déroger aux règles de la Loi fédérale de Complément du Code civil suisse (CO), mais uniquement “dans la mesure où la nature particulière de la Banque nationale l’exige”. Sur le site internet de la BNS (6) à la question: “Comment la nature particulière de la Banque nationale est-elle prise en compte dans les informations financières publiées?” on lit dans la réponse que: Les informations financières publiées par la Banque nationale ne sont pas comparables à celles publiées par une société anonyme de droit privé. En effet, la Banque nationale n’a pas pour but de réaliser des bénéfices en vue de les distribuer à ses actionnaires, mais d’ accomplir son mandat constitutionnel. De plus, la répartition du bénéfice est réglée par la LBN.…”.

Donc loin d’escamoter des bénéfice au niveau des écritures comptables en trompant l’opinion publique, il est expressément écrit que le but de la banque n’est pas d’obtenir des bénéfices. Tant il est vrai que peu après il est spécifié qu’il y a une destination précise du bénéfice éventuel et que ce dernier est établi par la loi. On en conclut que même le résultat d’exercice négatif de 23.250.600.000 francs suisses n’est pas fidèle à la réalité car si on avait ajouté l’écriture de la création de 600 milliards de francs suisses on aurait obtenu un bénéfice, éventuellement sous la forme d’un poste équivalent aux fonds propres, comme par exemple une réserve d’au moins 576.749.400.000 francs suisses.

Je demande donc que le bilan soit rectifié en tenant compte du fait que j’ai retrouvé la chose perdue et en tenant compte de la destination annuelle du au Gouvernement suisse et aux Cantons conformément à la Convention. Ceci parce que “La réserve pour les futures distributions avant la destination du bénéfice” ne peut pas être arbitrairement réduite par la BNS en grevant des pertes qui se révéleront fictives après l’inscription au bilan de la création de la monnaie. Ce n’est que de cette façon que la BNS pourra exercer son mandat constitutionnel (7) exigeant une politique monétaire dans l’intérêt général du Pays.

Je vous remercie tout le monde pour l’attention, y compris les autorités présentes dans la salle.”

Notes:

(N.B. Dans les sources en notes, certains passages sont soulignés par l’auteur)

1) Selon le Code civil suisse, celui qui retrouve une chose perdue et la restitue à son propriétaire “a droit au remboursement de tous ses frais et à une gratification équitable”, c’est-à-dire normalement à 10% de la valeur de la chose.

Voir l’art.720 du Code civil suisse (avis, remboursement des frais et gratification équitable):

https://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19070042/index.html#a720

2) Texte déposé 15.3391 “Bénéfices obtenus par la création de monnaie dans la BNS ou dans les banques”

https://www.parlament.ch/fr/ratsbetrieb/suche-curia-vista/geschaeft?AffairId=20153391

3) Dans Occasional Paper de la BCE n. 169 du 5 avril 2016

( https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpops/ecbop169.en.pdf ), “Profit distribution and loss coverage rule for central banks”, on lit:

– à la page 14, note 7:

Central banks are protected from insolvency due to their ability to create money…” – (Les banques centrales sont protégées de l’insolvibilité grace à leur faculté de créer la monnaie)

– et à la page 20:

No single accounting framework is consistently applied by the majority of central banks. However, there are four main frameworks or types: the Eurosystem framework, International Financial Reporting Standards (IFRS), local (national) Generally Accepted Accounting Principles (GAAP) and central bank specific (own) rules. A central bank can also apply “IFRS with exceptions” (17), or national GAAP with exceptions.”

– et, dans la note 17 de la même page:

Strictly speaking, since IFRS does not allow for exceptions or for industry-specific rules, such an arrangement is not IFRS-conformant.(ce qui vaut aussi pour la non-conformité aux GAAP nationales.)

4) Dans le 108° Rapport de gestion de la Banque nationale suisse 2015 (https://www.snb.ch/it/mmr/reference/annrep_2015_komplett/source/annrep_2015_komplett.it.pdf)

à la page 158 on lit:

Les principes d’établissement des comptes suivent les Swiss GAAP RPC (recommandations relatives à la présentation des comptes), sauf si une disposition dérogatoire a été définie. Ces principes s’écartent des Swiss GAAP RPC lorsque ces recommandations sont en contradiction avec la LBN ou s’il s’agit de tenir compte de la nature particulière de la Banque nationale. Ainsi, en dérogation aux Swiss GAAP RPC, la Banque nationale n’a pas dressé de tableau des flux de trésorerie.

Modifications d’une année à l’autre
La suppression du tableau des flux de trésorerie est l’unique modification par rapport à l’exercice 2014. Les principes de comptabilisation et d’évaluation sont restés inchangés.

Tableau des flux de trésorerie

Selon l’art. 29 LBN, la Banque nationale est dispensée de dresser un tableau des flux de trésorerie.”

– à la page193, selon l’opinion du réviseur KPMG SA (Philipp Rickert et Pietro Di Fluri):

“Selon notre appréciation, les comptes annuels pour l’exercice arrêté au 31 décembre 2015 sont conformes à la loi suisse et donnent une image fidèle du patrimoine, de la situation financière et des résultats (…).

– et puis plus bas:
“En outre, nous attestons que la proposition relative à l’affectation du bénéfice porté au bilan est conforme à la loi sur la Banque nationale, et recommandons d’approuver les comptes annuels qui vous sont soumis.”

5) Dans la Loi fédérale sur la Banque nationale suisse

( https://www.admin.ch/opc/fr/classified-compilation/20021117/index.html ), on lit:

Sezione 2: Dètermination et répartition du bénéfice

  Art. 291Comptes annuels

Les comptes annuels de la Banque nationale, composés du compte de résultat, du bilan et de l’annexe, sont établis suivant les dispositions du titre trente-deuxième du CO2. Dans la mesure où la nature particulière de la Banque nationale l’exige, il est possible de déroger aux règles du CO. La Banque nationale est notamment dispensée de dresser un tableau des flux de trésorerie.

6) A la page internet de la BNS Questiones et réponses sur l’entreprise Banque nationale ( https://www.snb.ch/fr/iabout/snb/id/qas_unternehmen_1#t10 ) du 20 avril 2016, on lit:

– Comment “la nature particulière de la Banque nationale” peut-elle être prise en compte dans les informations financières?

Les informations financières publiées par la Banque nationale ne sont pas comparables à celles publiées par une société anonyme de droit privé. En effet, la Banque nationale n’a pas pour but de réaliser des bénéfices en vue de les distribuer à ses actionnaires, mais d’ accomplir son mandat constitutionnel. De plus, la répartition du bénéfice est réglée par la LBN. Il en va de même des obligations de la Banque nationale en matière d’informations. La BNS rend compte de l’exécution de son mandat dans un rapport (Compte-rendu d’activité), remis au parlement, rapport qui est ensuite publié. En outre elle présente son évolution sur le plan organisationnel et opérationnel, ainsi que son résultat financier, dans son Rapport financier, qui comprend le Rapport annuel et les Comptes annuels. Le rapport financier est soumis à l’approbation du Conseil Fédéral avant d’être présenté à l’Assemblée générale des actionnaires.

 

7) L’art 99 de la Constitution suisse ( https://www.admin.ch/opc/fr/classified-compilation/19995395/index.html ) dit:
Art. 99 Politique monétaire

1 La monnaie relève de la compétence de la Confédération; le droit de battre monnaie et celui d’émettre des billets de banque appartiennent exclusivement à la Confédération.

2 En sa qualité de banque centrale indépendante, la Banque nationale suisse mène une politique monétaire servant les intérêts généraux du pays; elle est administrée avec le concours et sous la surveillance de la Confédération.

3 La Banque nationale constitue, à partir de ses revenus, des réserves monétaires suffisantes dont une partie consiste en or.

4 Elle verse au moins deux tiers de son bénéfice net aux cantons.

 

Réponse de M. Studer à M. Saba

« Ce rapport financier, je réponds ici à l’intervention de notre actionnaire de langue italienne, ce rapport financier a été établi conformément aux principes d’évaluation comptable, conformément aux recommandations Swiss Gaap, comme l’a vérifié non seulement la direction mais également le Comité d’audit de la BNS et comme l’a confirmé l’organe de révision, par M. Rickert. Avez-vous des questions sur ce rapport financier ? Je ne parle ici que du rapport financier, les autres questions pourront bien évidemment être abordées au numéro 10 de l’ordre du jour. A qui puis-je donner la parole ? Cher monsieur puis-je vous inviter à vous déplacer près du pupitre, de donner votre nom et votre domicile ? »

Réponse de M. Saba à M. Studer

« Je voudrais répondre à ce qui a été dit par M. le Président, à savoir qu’il serait faux d’affirmer que le bilan de la BNS ne serait pas conforme aux Swiss Gaap pour affirmer, quant à moi, que le bilan de la BNS n’est pas conforme notamment aux Swiss Gaap4, qui sont les normes comptables traitant notamment le tableau des flux de trésorerie. En effet, à la suite d’une campagne que nous menons depuis deux ans où nous contestons aux banques la façon de comptabiliser la création de monnaie, justement en nous attaquant à la façon dont sont comptabilisés les flux de trésorerie qui, jusqu’à l’année dernière, étaient bien publiés dans le bilan mais dans une forme ne reflétant pas la création de monnaie, à la suite de cette campagne que moi-même et l’Initiative populaire pour la monnaie pleine menons pour dénoncer cette comptabilisations erronée des flux de trésorerie dans la création de monnaie, la réponse de la BNS et de la BCE a été simplement et carrément de supprimer la publication du tableau des flux trésorerie du bilan. C’est le « smocking gun », la preuve irréfutable qu’il n’y a pas de volonté de clarté et de transparence dans la pratique comptable et que l’on n’admet pas que le simple fait d’assortir les normes comptables d’un certain nombre d’exceptions, pas seulement celle des flux de trésorerie mais il y en a d’autres dans les notes au bilan de la BNS, signifie simplement que les normes comptables suivies ne sont pas conformes. »
Traduction de l’Italien: Nicoletta Forcheri

 

IL TRUCCO DELLA MONETA BANCARIA DENUNCIATO IN TRIBUNALE

di Allberto MIcalizzi

Dopo quasi due anni di approfondite ricerche, lo scorso Giovedì mi sono recato con Marco Saba presso il Tribunale di Genova per depositare ufficialmente nelle mani del giudice un’istanza di parere tecnico preventivo in merito al riconoscimento della mancata contabilizzazione in bilancio della moneta elettronica-bancaria creata dalla Banca Carige nell’ambito dei prestiti concessi alla clientela.

Infatti, i principi contabili internazionali – rivendicati anche nei bilanci della Carige – affermano che non si può evidenziare in bilancio il prestito di un bene (nel caso di specie la moneta) senza prima contabilizzarne la proprietà. Difatti, nessuna impresa lo fa. E’ come se una società immobiliare riportasse in bilancio gli affitti da incassare senza palesare, nello stesso bilancio, la proprietà dell’immobile che genera tali affitti!

Se la Carige, come l’intero sistema bancario, evidenziasse correttamente la proprietà della moneta creata all’atto della concessione dei prestiti alla clientela avremmo conferma del fatto che oltre il 90% della massa monetaria in circolazione (banconote e depositi a vista) è creato fittiziamente dal sistema delle banche commerciali (dati BCE).

Questa enorme creazione monetaria sfugge al controllo pubblico, sfugge a qualsiasi forma di tassazione e sfugge persino al controllo delle autorità di regolamentazione del settore bancario (inclusa la banca centrale).

A livello sistemico, questa grande eccezione contabile è peraltro alla base di un complesso meccanismo di drenaggio di ricchezza dalla sfera produttiva e familiare a favore di quella speculativa e bancaria, cui assistiamo ogni giorno.

In una visione bancario-centrica dell’economia, che i banchieri hanno trascinato sino agli albori del terzo millennio, abbiamo depositato le prove che anche nel settore bancario è giunto il momento di accettare che…. è la terra a girare attorno al sole, non il contrario!

Si tratta di una “incursione” diretta al cuore del sistema finanziario-speculativo, nel tentativo di creare un corto-circuito che faccia saltare uno dei pilastri della grande truffa perpetrata ogni giorno ai danni della popolazione.

Sarà uno scontro a viso aperto, giocato in una disparità di forze in campo senza precedenti. Dalla nostra abbiamo l’assoluta precisione dei dati e delle argomentazioni elaborate, dalla loro hanno la forza muscolare e la scorrettezza che hanno sempre praticato quando si sono visti toccare i propri privilegi.

Se riusciamo in questo intento, potremmo recuperare centinaia di miliardi di gettito fiscale facendo cadere uno dei privilegi storici dei banchieri…è la dimostrazione che il recupero di Sovranità Popolare è possibile ma passa attraverso azioni mirate, studiate minuziosamente ed implementate con precisione.

Vi terremo informati, nel frattempo….manteniamoci in zona d’attacco!

Altri riferimenti

Richard Werner  che ha dimostrato empiricamente come le banche prestano soldi che non hanno e come contabilmente segnino la moneta creata erroneamente al passivo nei depositi, passivo RARAMENTE rimborsato dalle banche o unicamente per un 5% (la percentuale del contante) http://leconomistamascherato.blogspot.it/search?q=richard+werner

– Torfason, il docente universitario islandese che ha dimostrato in una tesi come le banche non tengano conto del rendiconto finanziario – dei flussi finanziari – né del nesso tra questo e lo stato patrimoniale e come tengano unicamente conto dello stato patrimoniale e del conto economico. http://leconomistamascherato.blogspot.it/2016/06/torfason-on-economy-of-iceland-and.html

– Mayer, di Vollgeld moneta intera svizzera che ha scritto un paper sui vari possibili metodi  di contabilizzare la creazione moneta 

http://leconomistamascherato.blogspot.it/2014/10/mayer-how-can-sovereign-money-be.html

– Intervento di KPMG e Saba all’assemblea Banca nazionale svizzera 2016
https://www.youtube.com/watch?v=kuhML5Yb_JA

BNS: Risposta di Studer a Marco Saba
https://www.youtube.com/watch?v=8GtwI0wXNkY

BNS: replica di Saba a Studer sul bilancio
https://youtu.be/6Sw7za2UCss

– Colignatus: https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2009/11/21/un-metodo-corretto-per-contabilizzare-la-moneta-nel-bilancio-della-banca-centrale/ 2009

– Note generali sulla contabilità https://nicolettaforcheri.wordpress.com/?s=contabilit%C3%A0&submit=Cerca

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/?s=partita+doppia&submit=Cerca

http://seigneuriage.blogspot.it/search?q=contabilit%C3%A0

http://leconomistamascherato.blogspot.it/search?q=werner

 

di Alessandro Govoni (1/5/2016)

Coloro che scrivono non hanno colore politico, non sono di centro-sinistra, nè di centro- destra, nè del mov 5 stelle, nè leghisti , semplicemente non votano da svariati anni in quanto si ritiene non possibile votare un sistema che dal 1992 non è più un sistema politico, ma finanziario e gli scriventi non votano un  sistema finanziario . Gli scriventi hanno solo a cuore gli interessi dei cittadini italiani e quindi indirettamente dello Stato italiano , in quanto italiani.

L’unico partito che ha posto nel suo programma politico il ripristino della separazione tra banche di prestito e banche  speculative, è il mov. 5 stelle .

Questo provvedimento toglierebbe immediatamente incassi ( che sono stati sottratti, dal 1992,  all’economia nazionale ed oltretutto ipotizzati elusi al fisco italiano), a quella decina di società che rappresentano la quali totalità del PIL degli Stati Uniti, del Regno Unito e della regione caucasica , una decina di hedge fund e trust  stranieri che  dal 1992 si sono insinuati attraverso interposte persone fisiche in realtà studi legali ,  delegati al voto da tali hedge fund , il capitale azionario delle cinque maggiori banche italiane e di conseguenza  conquistato  dal 1992 il controllo al voto di Bankitalia Spa, permettendo, così neutralizzata la vigilanza di Bankitalia,  di praticare indisturbati in Italia dal 1992:

1)illecito anatocismo nel 100% dei conti correnti , nel 100% dei leasing, nel 100% dei prestiti contro cessione del quinto e nel 95% dei mutui fondiari.

2)di  applicare costi effettivi del credito,  con l’aggiunta,  oltre ad  interessi,   di CMS , CIV ed altre commissioni (sbf,.)  , nei conti correnti  , e penali di estinzione anticipata esplicite ed implicite , tassi di mora e assicurazioni varie nei mutui, abnormi  , costantemente oltre soglia

cosi progressivamente indebitando, dal 1992 ,  famiglie , imprese , enti locali e Tesoro dello Stato.

Oltre ad aver consentito a tali hedge fund stranieri per il tramite di un ventina d banche d’affari esecutrici dei loro ordini,  di piazzare derivati sul tasso del tipo banca vince se tasso cala , in uno scenario di tasso (TUS, poi il TUR) pre-ordinato al ribasso dallo stesso Governatore della controllata  Bankitalia spa , Governatore  cui con la L.82 del 7 febbraio 1992 era stato conferito di variarlo di sua autonoma iniziativa ed in via esclusiva come recita la L.n. 82/1992 ;derivati piazzati da febbraio 1992 al Tesoro (DM del tesoro 44 del 18 febbraio 1992 e  dal 2001 (L.Tremonti ) a 900 enti locali italiani ( 737 comuni, 44 province ed a pressoche tutte le Regioni )  ed ad un numero indefinito di imprese pubbliche che poi lo Stato ha dovuto privatizzare , provocando una perdita alla Repubblica Italiana dal 1992,  stimabile  in oltre 500 miliardi di euro tra cash flow negativi periodici già pagati dal 1992 , mark to market già pagati per uscire anzitempo dal contratto derivato e mark to market da pagarsi (42,6 miliardi di euro il Tesoro stimati dal Tesoro nell’Agosto 2015 e 29 mld di euro riferiti ad 1/3 degli enti locali censiti ) . .

Perdite subite dallo Stato italiano ribaltate sui cittadini italiani , non sui cittadini  degli Stati Uniti , del Regno Unito o della Georgia , e concretizzatesi in mancato diminuzione, dal 1992,  delle accise sui carburante auto , sulla luce e sul gas da riscaldamento , in un progressivo, dal 1992, aumento dell’IVA ,dell’IRPEF , dell’IRPEG , oltre che in un esplosione delle tasse locali , aumentate per esempio nel periodo 2010-2015 di 29 miliardi di euro che dovrebbero corrispondere esattamente alle perdite subite dagli enti locali nel medesimo periodo in derivati sul tasso del tipo banca vince se tasso cala. Una recente ricerca ha rivelato che il prezzo incassato, 6,7 miliardi di euro,  dallo Stato italiano dalle privatizzazioni del 2015 coincide   con l’importo (6,6 mld di euro )  pagato dallo Stato  sui derivati sul tasso nel 2015.

SE così fosse , le privatizzazioni suonerebbero pertanto come un ipotizzata estorsione a danno dello Stato italiano per pagare, dal 1992,  le perdite sui derivati ad una ventina di banche d’affari straniere esecutrici degli ordini di una decina di hedge fund anglo – americani e caucasici che si sono insinuati , dal 1992,   attraverso interposte persone fisiche in realtà studi legali ,  delegati al voto da tali hedge fund , nel capitale azionario delle cinque maggiori banche italiane e di conseguenza  conquistato  dal 1992 il controllo al voto di Bankitalia Spa, con ipotizzata violazione dell’ art.  47 della Costituzione “La Repubblica controlla il credito” e non una decina di hedge fun stranieri controlla il credito.

Una decina di Hedge fund  stranieri  che ha causato le perdite su derivati alla Repubblica Italiana,  che poi sono gli stessi acquirenti,  tramite società multinazionali ad essi riconducibili e dove compaiono sempre per il tramite di interposte persone fisiche in realtà studi legali  , delle privatizzazioni (le cd riforme) che lo Stato italiano è stato costretto a fare per pagare le perdite su derivati .

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Derivati sul tasso del tipo banca vince se tasso cala piazzati , dal 1992 , anche a circa 100 mila famiglie ed imprese italiane , arrecando loro terrificanti perdite economiche e con perdita di decine di migliaia di posti di lavoro in aziende operanti in Italia spesso eccellenze locali ,  poi segnalate in centrale dei rischi (quando ad un’azienda viene piazzato un derivato sul tasso del tipo banca vince se tasso cala ,la segnalazione in CR scatta  in automatico alla stipula per regola interna al sistema bancario !) ed intere famiglie italiane messe sul lastrico.

La segnalazione in Centrale rischi è uno strumento sovente ipotizzato killer,  sovente ipotizzato utilizzato per arrecare un danno certo al fine di permettere a questa in definitiva decina di hedge fund stranieri , di agire esecutivamente  ,  una volta ottenute le fidejussioni personali omnibus, anche sui beni immobili personali  della generazione precedente . La Centrale dei Rischi Banca d’Italia è un istituzione sorta guarda caso nel 1992 .

Le maggiori cinque banche commerciali italiane ed in definitiva la decina di hedge fund stranieri , che attraverso interposte persone fisiche in realtà studi legali, si sono INSINUATE nel capitale delle stesse,  realizzano pertanto due colossali tipi di utili dal 1992 in Italia : 

utili in conto interessi  che sono gli interessi ed altri costi del credito (Commissioni Massimo Scoperto,  perdite su derivati,…) incassati dalla clientela

utili in conto capitale  che sono di due tipi::

1) incassi sopra indicati in termini di quote capitali delle rate dei mutui creati elettronicamente dalle banche  a partire dal d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992 da cui il 100% dell’importo di ogni RATA versata dalla clientela è divenuto utile netto in conto capitale ed utile in conto interessi   per la banca , mentre prima del 1992 la banca lucrava soltanto la differenza tra interessi percepiti dal mutuo (es. 9%) e costo della raccolta del risparmio (es 5%), la banca prima del 1992 lucrava 9% meno 5% soltanto il 4%.

2) incassi sopra indicati in termini anche di  versamenti in conto capitale effettuati dalla clientela ad  ogni rientro del plafond mensile di spesa per esempio di 500 euro cad., delle carte di credito Visa  e Mastercard (introdotte guarda caso in Italia nel 1992) , versamenti in conto capitale effettuati via dalla clientela  finiti nelle casse dei rispettivi azionisti di Visa e Mastracrd , la stessa decina  hedge fund stranieri proprietari delle maggiori banche italiane  , quale utile netto per gli  azionisti di Visa e Mastercard pari, nell’esempio ,  a 500 euro per ogni carta di credito + 5 euro di interessi al mese dal 1992 .

Totale utile netto per gli azionisti di Visa e Mastercard  dal 1992 in italia = 505 euro al mese per ogni carta di credito per esempio con un plafond mensile di spesa di  500 euro . Guadagno per essi al netto ovviamente dei prelevamenti in contanti effettuati dal titolare della carta: se questi avesse prelevato in contanti 500 euro nel mese , l’utile netto di Visa e Mastercard sarebbe soltanto nel mese di 5 euro . Ma i prelevamenti in contanti effettuati dalla clientela, sia direttamente sul conto corrente  che con carta di credito,  si sono andati sempre più assottigliando nel tempo in quanto inibiti da normative antiriciclaggio  ed inesistenti asserite paventate allo sportello in caso di prelievo diretto in conto corrente, normative fiscali.

Dai sondaggi il mov 5 stelle è oggi il primo partito nella fascia under 55 e sta raggiungendo rapidamente la prima posizione nella fascia over 55, quella che non avendo un accesso ad internet dovuto all’età aveva  continuato a seguire opinioni espresse da media nazionali rapidamente dal 1992 conquistati nel capitale azionario dalla stessa decina di hedge fund , non a caso l’italia è posta oltre al 80 esimo posto per libertà di stampa.

Ma le recenti manifestazioni di Pisa sono un segno eloquente che anche il reddito di sopravvivenza sindacale non è più sufficiente per sopportare questo progressivo costo mensile della vita per 54 milioni di italiani su 60 che percepiscono secondo l’elaborazione della dichiarazione dei redditi anno 2010 meno di 2.000 euro netti mensili (da zero a 2000 euro netti mensili , 1200 euro metti mensili ) . il dato è del 2010 , negli ultimi 5 anni il reddito medio mensile per questi 54 milioni di italiani si presume che si sia ulteriormente abbassato. i fallimenti in Italia sono infatti aumentati del 70% negli ultimi 5 anni .

il mov 5 Stelle non ha posto in Parlamento attori o attrici porno, soubrette, cantanti,  ma persone con cultura mediamente elevata ed ora potrebbero vincere le elezioni e saper governare in quanto nel frattempo hanno appreso i meccanismi dello Stato e del sistema .

Potrebbero pertanto dar fastidio,  se istituissero il ripristino della separazione tra banche di prestito e banche speculative,  a quelle entità straniere  che hanno raggiunto, dal 1992 ,  il controllo delle nostre maggiori banche , delle telecomunicazioni ed ora, vorrebbero,  anche dell’energia e dell’industria degli armamenti .

La storia insegna  che il modo più semplice per una forza straniera per destabilizzare una realtà politica nazionale  è destabilizzarla dal basso , creando  organismi  cd libertari,  ong e quant’altro, di destra, sinistra o centro,  le cui azioni /manifestazioni sono supportati dai media controllati, fomentando se fosse il caso tali azioni e manifestazioni  anche fino all’estremo.

Per le forze straniere oggi operanti in Italia non è importante chi comanda o comanderà in futuro   in Italia , se  centro-sinistra , centro- destra o mov 5 stelle,  cattolici o islamisti , democratici o repubblicani , ma unicamente  che siano preservati  i loro   interessi geo-economici-finanziari in definitiva dei  loro  Stati e cavalcheranno sempre in Italia  il cavallo più forte finchè,  se divenuto troppo forte e disubbidiente ai loro interessi , cavalcheranno il successivo, destabilizzando il primo.

Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto s’intende sempre come ipotizzato, rimettendo all’illustrissima S.V.,

la verifica della certezza dello stesso. 

Perchè, uscendo dall’euro, lo Stato italiano inzierebbe ad incassare in automatico centinaia di miliardi di euro

di Alessandro Govoni


Il Tesoro dello Stato italiano, 900 enti locali italiani e numerose imprese pubbliche italiane hanno contratto derivati sul tasso con clausola killer banca vince se tasso cala e stanno perdendo centinaia di miliardi di euro dal 1992. 

 Si sono trovati a pagare oltre a interessi mediamente del 7%/8%  sul prestito sottostante, anche un differenziale di altrettanti 7%/8% ogni anno dal 1992, in  più hanno già  pagato decine di miliardi di euro di  penali di estinzione anticipata (mark to market)  per uscire anzitempo dai contratti derivati. Tutti questi soldi sono stati incassati da 21 banche d’affari straniere,  che continueranno ad incassare sia i flussi periodici futuri del derivato ad ogni scadenza  di rata del sottostante prestito fino al 2030 ,   che le penali di estinzione anticipata nel caso Tesoro , enti locali ed imprese pubbliche decidessero di uscire anzitempo dai contratti derivati .
Se però l’Italia uscisse dall’euro, non sarebbe più sottoposta alla regole della Banca Centrale Europea (BCE) il cui scopo,  stabilito dallo Statuto BCE stesso,   è quello di mantenere il tasso d’inflazione sotto il 2% .
Se l’Italia uscisse dall’euro, il tasso d’inflazione per l’italia non sarebbe più calcolato dall’EUROSTAT (l’ ufficio statistiche della BCE) che fino ad ora in modo artificioso lo ha calmierato al ribasso,  variando annualmente il peso dei beni energetici all’interno del paniere di spesa delle famiglie e azzerando già tre volte le basi Istat.  
Uscendo l’Italia dall’euro, il tasso d’inflazione non sarà più vincolato ai calcoli artificiosi dell’Eurostat e sarà pertanto libero di attestarsi sui suoi valori reali , tra il 4% ed il 5% annuo . 
E’ necessario allora conoscere la costruzione dei tassi in Europa . 
Il tasso d’inflazione più uno spread del  50% determina il TUR: se il tasso d’inflazione è il 4% , il TUR è il 6% 
Il TUR è il tasso al quale la BCE presta i soldi alle banche centrali nazionali (a Bankitalia, al Banco di Spagna, …  ) ed alle banche commerciali maggiori.
Il TUR più uno spread determina l’Euribor che è il tasso al quale le banche commerciali si prestano i soldi tra di loro . 
L’Euribor più uno spread determina il tasso nominale che è il tasso a cui le banche commerciali prestano i soldi a famiglie , imprese, enti locali italiani.. 
Il tasso nominale è il tasso a cui le banche hanno piazzato derivati sul tasso  alla ignara clientela italiana . 
Non dimentichiamo che dal 1992 , precisamente dal 7 Febbraio 1992 (legge n. 82) , il tasso ufficiale di sconto (TUR) è variato in Italia dal Governatore di Bankitalia   che lo ha variato di sua mano e di sua autonoma iniziativa  sempre al ribasso portandolo dal 15% di settembre 1992 allo 0,05% di oggi . Sappiamo ora da maggio 2014 che gli azionisti occulti di Bankitalia spa sono una decina di hedge fund anglo americani e caucasici che controllano matematicamente al voto Bankitalia Spa (265 voti su 529) si presume sin dal 1992.   
Uscendo dall’euro,  il tasso sui derivati inizierà pertanto a crescere,  portando lo Stato italiano a vincere in tutti i centinaia di miliardi di euro di  derivati sul tasso con clausola banca vince se tasso cala.
 Il tasso nominale dei derivati si attesterà subito tra il 9%  ed il 10%  : le 21 banche d’affari straniere inizierebbero subito a perdere in quanto nei contratti derivati  è fissato un CAP  solitamente del  4% ossia un tasso oltre il quale  le 21 banche d’affari straniere inizierebbero a pagare lo Stato italiano risultando esse perdenti . 
 Lo Stato italiano,  uscendo dall ‘euro,  inizierebbe pertanto ad incassare dalle 21 banche d’affari straniere un differenziale di tasso del (10% meno 4% = 6%) del 6% su circa 400 miliardi di euro di nozionale, ossia lo Stato italiano inizierebbe ad incassare dalle 21 banche d’affari straniere (400 miliardi per il 6% ) 24 miliardi di euro  all’anno fino al 2030 , piu le penali di estinzione anticipata se le 21 banche d’affari straniere volessero loro a questo punto uscire anzitempo dai contratti derivati , penali (mark to market) che le 21 banche d’affari dovrebbero pagare allo Stato italiano per uscire anzitempo dai contratti derivati e quantificabili  ad oggi in non meno di aggiuntivi 200 miliardi di euro. 
L’altra ragione per cui è vitale per l’Italia uscire dall’euro è la stessa che ha spinto il Regno Unito ad uscire dalla parità con l’euro . 
Ciò che i giornali mainstream  non dicono è che il Regno Unito ha avuto un enorme beneficio con la BREXIT : la sterlina si sta rapidamente svalutando e le 100 società multinazionali con sede a Londra  quotate all’indice di Londra “FTSE 100”  stanno esportando sempre più . Esse rappresentano la quasi totalità del PIL del Regno Unito. 
L’effetto sarebbe identico per l’Italia, che adottando la lira potrebbe immediatamente svalutarla rispetto all’euro e così verrebbe dato un enorme slancio alle esportazioni italiane . 
Il terzo motivo è che uscendo dall’euro le quote capitali incassate dalle banche dei mutui creati in Italia con un click elettronico dal 1992, potrebbero essere tassate dallo Stato italiano in capo agli hedge fund azionisti occulti delle maggiori banche italiane . Essendo circa 1700 miliardi di euro i mutui creati con click elettronico in Italia dal 1992, lo Stato italiano potrebbe tassare la decina di hedge fund anglo- americani e caucasici, azionisti occulti delle maggiori banche italiane,  del 32% tra IRES ed Irap ossia lo Stato Italiano potrebbe tassare questi hedge fund che ora con vendite allo scoperto si stanno mangiando le banche italiane stesse,  potrebbe tassarli  per 1700 miliardi di euro per il 32% , potrebbe, uscendo dall’euro ,  far pagare loro tasse per circa 400 miliardi di euro . 
Non saranno questi i motivi per cui Stati Uniti  e Regno Unito stanno spingendo perche gli Stati dell’area euro sottoscrivano il TTIP, forse per sottrarre alla Magistratura italiana, con la conseguente creazione di Tribunali internazionali privati, la competenza in procedure civili e penali in tema di derivati sul tasso con clausola killer banca vince se tasso cala ed in tema di ipotizzata  elusione fiscale delle quote capitali insita quest’ultima nella illegittima creazione elettronica dei mutui,  perpetrata in Italia dal 1992?   
Non saranno forse questi i motivi per cui per nessun motivo al mondo Stati Uniti , Regno Unito e Germania vorrebbero che l’Italia uscisse dall’euro? 
Non dimentichiamo che gran parte dei derivati sul tasso con clausola killer banca vince se tasso cala li hanno piazzati  in Italia Deutsche Bank, Morgan Stanley , Merryl Linch,   Barclays  ….. che quindi se l’Italia uscisse dall’euro,  inizierebbero a perdere centinaia di miliardi di euro . 
Ma se dovesse accadere , se dovesse accadere  che l’Italia uscisse dall’euro,  queste banche d’affari troverebbero il modo per estinguere i contratti derivati per non pagare alcunche allo Stato italiano. La Magistratura italiana allora potrebbe intervenire per obbligare le banche d’affari straniere a mantenere in vita i contratti visto che ora sarebbe lo Stato italiano, usciti dall’euro,  che inizierebbe a guadagnare . 
Sarebbe forse questo il motivo per cui Stati Uniti , Regno Unito e Germania premono che il TTIP venga approvato : per togliere alla Magistratura italiana ogni competenza in tema di derivati. 
  
Procure come quella di Trani , di Milano, …. che stanno indagando in tema di derivati sono sempre piu scomode e potrebbero risultarlo ancora di più se l’Italia  uscisse dall’euro . 
Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all’Illustrissima S.V. la verifica della certezza dello stesso.  
 
 
 
 
 

Tribunale di Genova: accertamento tecnico sulla creazione di danaro bancario 

Fonte: http://centralerischibanche.blogspot.it/2016/08/tribunale-di-genova-accertamento.html

L’avv. Marco della Luna, parte attrice

 

Tribunale civile di Genova, 18 agosto 2016, udienza nella causa sulla mancata contabilizzazione della creazione di danaro da parte di Banca Carige. L’avvocato di Carige è Paolo Canepa (fratello del magistrato Anna Canepa, segretaria di Magistratura Democratica), dello studio legale Roppo e Canepa, che aveva assistito De Benedetti nella causa sul Lodo Mondadori…

L’avvocato chiede che la causa sia risolta subito per totale infondatezza, invocando la temerarietà della controparte. Il Tribunale rimanda a prossima udienza, il 4 ottobre 2016 alle 10.15, davanti al Dott. Luigi Costanzo, presidente di sezione nonché presidente vicario del Tribunale, per decidere sulla nomina del CTU. 

L’avvocato Marco Della Luna, che rappresenta la parte attrice, costituita da una società finanziaria britannica e da Marco Saba, sostiene che far emergere i ricavi da creazione di danaro da parte delle banche commerciali, nel caso di Carige oltre 25 miliardi, oltreché a risanare il sistema bancario italiano, porterebbe – attraverso la conseguente tassazione – alla messa in sicurezza del bilancio dello Stato.

Una domanda sorge spontanea: se tutto è in regola, perchè il management della Cassa di Risparmio di Genova si oppone all’accertamento ?

Il Pedante – La distribuzione del gas naturale

Pseudopaper su socialismo dei ricchi, liberalizzazioni e finanziarizzazione dei servizi pubblici locali.

Sorgente: Il Pedante – La distribuzione del gas naturale

Ciò che mi piace approfondire nel seguito è un caso concreto di socialismo dei ricchi applicato a un servizio pubblico di vasta diffusione: la distribuzione del gas naturale. Dall’analisi delle peculiarità storiche e normative del singolo caso si cercherà di isolarne la natura paradigmatica ed estendibile ad altri interventi pubblici a beneficio di selezionati operatori finanziariamente avvantaggiati, che qui anticipiamo nei suoi punti qualificanti: 1) inaccessibilità tecnica delle norme, 2) finanziarizzazione della produzione, 3) soppressione del rischio di mercato e 4) redistribuzione economica dal basso verso l’alto e dal pubblico verso il privato.

Il gas naturale o metano (dal nome del suo componente principale) è, insieme al petrolio, il principale vettore energetico impiegato nelle economie avanzate. La sua disponibilità e le sue infrastrutture sono rilevanti sotto il profilo non solo strategico e geopolitico, ma anche economico, con un fatturato di settore chesupera i 35 miliardi di euro all’anno. Capire a chi vanno questi soldi, e in che modo, aiuta a misurare l’opportunità e il senso di liberalizzare un servizio irrinunciabile per la collettività.

Indice dei contenuti

1. Filiera e liberalizzazione
2. Prima della liberalizzazione

3. Dopo la liberalizzazione
3.1 Contendibilità del servizio
3.2 Sistema tariffario
3.3 Conseguenze del sistema tariffario

4. L’ultimo atto: le gestioni d’ambito
5. La concorrenza, cioè il monopolio

1. Filiera e liberalizzazione

Tecnicamente, la distribuzione del gas è una fase della lunga filiera del gas, cioè dell’insieme delle attività tecniche e commerciali funzionali allo sfruttamento del gas naturale. Le richiamiamo in sintesi:

  • la produzione, cioè l’attività estrattiva, il cracking, l’esplorazione di nuovi giacimenti, l’eventuale manifattura (biogas, distillazione ecc.);
  • il trasporto transnazionale tramite gasdotti o navi metaniere mediante rigassificatori portuali;
  • il trasporto su rete in alta pressione sul territorio nazionale;
  • lo stoccaggio sotterraneo per la gestione delle riserve;
  • il trasporto locale o distribuzione su rete in media pressione, di cui parliamo qui;
  • la vendita all’ingrosso dai produttori ai dettaglianti;
  • la vendita al dettaglio ai clienti finali;
  • la regolazione di settore;
  • l’indotto.

Prima della liberalizzazione del settore, cioè fino ai primissimi anni 2000, quasi tutte le fasi della filiera erano gestite dall’Ente Nazionale Idrocarburi, cioè dallo Stato. L’ENI si procurava il metano estraendolo dai giacimenti o acquistandolo dai produttori esteri; l’ENI lo trasportava in Italia partecipando alla realizzazione, proprietà e gestione dei gasdotti internazionali; l’ENI lo distribuiva sul territorio nazionale, lo stoccava e lo vendeva ai distributori/venditori.

Tra le poche eccezioni vi era, appunto, l’attività di distribuzione, che allora includeva anche la vendita ai clienti finali e che già dal 1903 (legge 29 marzo 1903, n. 103 , c.d. legge Giolitti) era annoverata tra i servizi pubblici locali la cui gestione è demandata ai comuni. A questo sistema misto a nettissima prevalenza pubblica dobbiamo l’opera, tecnologicamente immane, della metanizzazione nazionale, con una rete che ad oggi serve il 90% della popolazione e nell’ultimo mezzo secolo ha svolto un ruolo insostituibile nell’industrializzazione, e quindi anche della civilizzazione, del nostro Paese.

Tutto ciò finché non arrivò l’Europa, la quale ci disse che così non andava bene. Nel 1998, con la direttiva n. 98/30/CE dettava agli stati membri “norme comuni per il mercato interno del gas naturale” e ci chiedeva di liberare il settore dal monopolio statale in quanto “l’instaurazione di un mercato del gas naturaleconcorrenziale è un importante elemento del completamento del mercato interno dell’energia”. Il governo italiano recepiva la direttiva con il decreto legislativo n. 164 del 23/05/2000, c.d. Decreto Letta, firmato da un trentaquattrenne Enrico Letta allora Ministro dell’industria a cavallo tra i governi d’Alema II e Amato II. Per non farsi mancare il merito di consegnare il patrimonio pubblico alla speculazione privata, un anno prima lo stesso centrosinistra aveva apposto il sigillo su un’altra liberalizzazione dell’energia,quella del mercato elettrico, a firma di Pier Luigi Bersani.

Con la liberalizzazione si avviò un processo radicale di trasformazione del mercato ad oggi non ancora del tutto compiuto (né mai lo sarà, per i motivi che vedremo). Tra le novità più importanti:

  • l’obbligo di separazione societaria e contabile (c.d. unbundling) per gli operatori attivi in più settori della filiera. Dalla divisione gas ENI uscirono tre aziende: la vecchia ENI (la cui prima privatizzazione è del 1995) per la produzione, importazione e vendita, Snam Rete Gas per il trasporto e Stogit(in realtà controllata al 100% da Snam) per lo stoccaggio. A valle della filiera, le aziende di distribuzione si sdoppiavano in società di distribuzionesoggette al mercato regolato e in società di vendita soggette (in parte) al mercato libero;
  • la liberalizzazione del settore della vendita, con la possibilità per tutti i clienti di scegliere il fornitore e negoziare condizioni più vantaggiose. In questa pedanteria non ci occuperemo di vendita, ma per capire quali siano i veri obiettivi della liberalizzazione della componente energia e chi se ne giova basterà osservare che ad oggi, secondo gli ultimi dati pubblicati, i clienti con consumi inferiori ai 5000 mc/anno (cioè la stragrande maggioranza) passati dal mercato di maggior tutela al mercato libero hanno pagato il gas dal 3 al 10% in più. Nel 2018, visti i bei risultati e nell’interesse del mercato-che-fa-tanto-bene-all-economia, la maggior tutela sarà abolita per tutti: cioè un bagno di sangue;
  • una struttura tariffaria modulare che remunerasse “chirurgicamente” ogni singola attività della filiera secondo criteri regolati;
  • l’istituzione di un’authority di regolazione – l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG), oggi anche Servizio Idrico (AEEGSI) – con il mandato di accompagnare il mercato verso la completa liberalizzazione attraverso diversi stadi o “periodi di regolazione” (oggi siamo al quinto). Per quanto i mandanti siano senz’altro politici e industriali, all’AEEGSI spetta la responsabilità diretta di una produzione normativa ipertrofica e kafkiananei cui meandri pascolano gli interessi dei grandi operatori a scapito di consumatori ed enti pubblici. Vedremo come.

Tra i tanti temi qui accennati, in questo articolo ci concentriamo sul solo settore della distribuzione, che economicamente rappresenta circa il 14% del fatturato di settore. Le reti di distribuzione servono i centri abitati, dalla cabina di primo salto (Re.Mi.) posta sul confine municipale e connessa con la rete di trasporto ai contatori degli utenti. Esse includono condotte in bassa e media pressione, cabine di decompressione, derivazioni di utenza (o allacciamenti) e i contatori stessi. Come si è già detto, l’organizzazione del servizio spetta per legge ai comuni.

2. Prima della liberalizzazione

Prima del Decreto Letta (e in parte anche dopo, secondo i casi), i comuni assicuravano il servizio di distribuzione e vendita con risorse proprie o, più frequentemente, affidandosi a operatori esterni che potevano essere:

  • aziende municipalizzate o consorzi di proprietà pubblica, oppure
  • concessionari privati.

In quanto titolari del servizio, i comuni stipulavano con gli operatori pubblici o privati un contratto di concessione dove si specificava la durata dell’affidamento (anche fino a quarant’anni e oltre, per permettere il recupero degli investimenti), le condizioni tecnico-economiche e un canone concessorio che l’operatore versava al Comune. Il canone gas, che poteva includere anche versamenti una tantum e/o opere in conto canone, ha rappresentato per decenni una delle entrate più consistenti e sicure per i comuni italiani. Le concessioni erano quasi sempre affidate in modo diretto o fiduciario, cioè senza gara.

Il prezzo agli utenti era amministrato, ossia fissato dal Comitato interministeriale prezzi (CIP) e dai Comitati provinciali prezzi (CPP), successivamente sotto la sorveglianza ministeriale del CIPE, secondo criteri di carattere essenzialmente “politico” in cui il prezzo di fornitura della materia prima era in pratica dettato da ENI/SNAM (cioè dal Ministero che le controllava, in regime di sorveglianza dei prezzi) o negoziato dalle associazioni di categoria per gli usi industriali, e quello di distribuzione era stabilito dalle aziende sotto la sorveglianza dei comitati. Dopo il 1993 il sistema dei prezzi assunse una struttura più simile a quella attuale, con l’introduzione dell’indicizzazione petrolifera (un obbrobrio che meriterebbe un articolo a sé) e di parametri legati agli investimenti e al grado di metanizzazione.

Questa impostazione, lo ripetiamo, è quella che ha reso possibile lo sviluppo energetico, urbanistico e industriale dell’Italia negli anni di maggior crescita del benessere di massa. Il fatto che si tratti anche di un sistema lontano anni luce dai principi di libera concorrenza, trasparenza e minima intrusione dello Stato nell’economia che ci dovrebbero salvare dalla recessione, è una contraddizione (?) che lascio alla riflessione dei lettori più intelligenti di me.

3. Dopo la liberalizzazione

Gli effetti del Decreto Letta e della regolazione AEEGSI sul settore della distribuzione si sono dispiegati in maniera progressiva nel corso di oltre un decennio. Rimandando al capitolo successivo il triste tema delle gestioni d’ambito, qui prendiamo in considerazione i due aspetti più rilevanti per i consumatori e la struttura economica del settore: la contendibilità del servizio(concorrenza) e il sistema tariffario.

3.1 Contendibilità del servizio

Il servizio di distribuzione del gas naturale è un monopolio naturale. Ciò significa che, per le sue caratteristiche, non può essere esercito da più operatori in concorrenza tra loro. Non ci possono essere due o più reti del gas al servizio delle stesse utenze, così come non ci possono essere due autostrade o due ferrovie che coprono lo stesso percorso: è un limite fisico, oltre che economico, imposto dalla natura. Ma chi crede che il mercato rappresenti l’ordine naturale delle cose non si lascia certo scoraggiare dalla natura. Così, per mettere in concorrenza i distributori di gas, il Decreto Letta ha stabilito che a) il servizio di distribuzione deve essere obbligatoriamente affidato con gara, per una durata di 12 anni e b) le concessioni in essere affidate senza gara avrebbero dovuto scadere ope legis entro il 31/12/2005.

Alla fine di ciascuna concessione il nuovo aggiudicatario dovrà riscattare il valore non ammortizzato delle reti del gestore uscente, subentrando nella proprietà delle stesse.

Per capire quanto i comuni, i cittadini e gli operatori fossero ansiosi di abbracciare le opportunità del libero mercato basterà osservare che nessunorispettò il termine del 2005 per indire la gara. L’ultimatum fu quindi ripetutamente fatto slittare fino al 31/12/2012, data in cui le gare aggiudicate o pubblicate erano comunque pochissime (al 2009 solo il 4%). Se da un lato le aziende non avevano certo fretta di mettersi in competizione con il rischio di perdere le gestioni, i comuni stessi, salvo rari casi, non avvertivano l’esigenza di interrompere contratti pluridecennali ben collaudati e tutto sommato vantaggiosi. Tanto più se le controparti erano aziende a partecipazione comunale, che producevano utili e alimentavano le casse pubbliche.

Nel frattempo però il messaggio dell’ineluttabilità della competizione (sulle note de “il popolo deve capire“) produceva già i suoi effetti. Per recuperare efficienza le ex municipalizzate incominciarono a fondersi tra loro dando vita a gruppi industriali multiservizi quotati in borsa. Nascevano così Hera in Emilia Romagna, a2a in Lombardia, Iren in Piemonte ecc., colossi in cui le partecipazioni azionarie dei comuni si diluivano fino a rendere irrilevanti le istanze delle comunità rappresentate. Moriva così la vocazione territoriale e di servizio delle ex aziende pubbliche.

In quanto ai gestori privati, disperando di poter competere con i nuovi big nati dalle ceneri del pubblico, si affrettarono a liquidare le proprie attività fintanto che avessero ancora un valore. Di questo shopping si giovò in particolare un nuovo attore che, anch’esso di derivazione pubblica, a partire dal 2000 fece incetta di piccoli e medi distributori diventando in poco meno di un decennio il secondo operatore nazionale della distribuzione. Parliamo di Enel Rete Gas,azienda poi acquisita dal megafondo di investimento F2i SGR partecipato da Cassa Depositi e Prestiti, Unicredit, Banca Intesa, Bank of America – Merril Lynch e varie fondazioni bancarie, lungo una parabola esemplare che dalle PMI transita per la grande industria e approda alla grande finanza.

Tra fusioni e incorporazioni, il numero degli operatori della distribuzione si è ridotto dalle 700 unità del 2000 alle circa 200 attuali. Considerando che i nuovi ambiti di gestione sono solo 177, è facile prevedere un ulteriore e drastica riduzione dove, se va bene, una manciata di aziende farà cartello per spartirsi le gestioni della penisola. Lontani dal preoccuparsi per questo stillicidio, governo e regolatore lo hanno anzi in più occasioni rivendicato come un obiettivo per rendere più efficiente il sistema. Ce lo chiede anche l’Europa (v. ad es. art. 17, c. 4 sub s) della legge 96/2010) e così s’ha da fare in ossequio a un assunto tutto speciale: che le PMI-piccole-e-iniefficienti, dopo avere realizzato e sviluppato le reti di distribuzione del gas in Italia, oggi non avrebbero nemmeno le economie di scala per mantenerle.

Come hanno fatto? Forse hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità.

I primi venti operatori della distribuzione di gas in Italia. Volumi in M(mc). Da AEEGSI, Relazione annuale 2015.

3.2 Sistema tariffario

Tutte le attività sottese al servizio, incluse le imposte, sono remunerate dall’importo che gli utenti versano al proprio fornitore in bolletta, il quale lo ridistribusce agli attori a monte della filiera attraverso un complesso sistema di trasferimenti e compensazioni. Sicché il prezzo finale del gas include numerose componenti, ciascuna destinata a remunerare uno specifico settore di attività. Qui ci interessa la tariffa di distribuzione, che incide in bolletta per circa il 14% del totale (a partire dal 2014 l’AEEGSI non pubblica più il dato disaggregato) e quindi genera circa 4 miliardi di euro/anno di ricavi per gli operatori.

La componente tariffaria a copertura del servizio di distribuzione, il cui meccanismo di determinazione e aggiornamento è frutto di un lungo percorso di affinamento giunto alla forma attuale nel 2009 (Del. AEEGSI ARG/GAS 159/08e ss.mm.ii.), è fissata di anno in anno dall’AEEGSI in misura differenziata per impresa (c.d. costi centralizzati) e per località servita (c.d. costi di località). Per le ragioni storiche sopra accennate, le località coincidono quasi sempre con i territori dei comuni.

La disciplina tariffaria di riferimento è quella del price cap, elaborata in Inghilterra all’epoca delle privatizzazioni tatcheriane e oggi applicata a gran parte dei servizi regolati. Procedendo per sommissimi capi, il regolatore fissa i ricavi di ciascuna impresa/località distinguendo tre macroaree di costo:

  • i costi operativi (opex) legati all’attività di gestione del servizio. Nel caso della distribuzione del gas, la componente opex è proporzionale agli utenti serviti e cresce al diminuire delle dimensioni dell’impresa e della densità dei punti di riconsegna;
  • i costi di capitale (capex) legati agli investimenti in infrastrutture;
  • altri costi minoritari ed eventuali (costi di avviamento, commercializzazione, attività straordinarie ecc.).

Al di là dei tecnicismi, il concetto generale è che qualsiasi costo sostenuto dall’operatore deve essere rimborsato dagli utenti. Nel caso dei costi operativi e degli altri costi, più facilmente standardizzabili, si tratta di un rimborso generosamente forfettario determinato in base a benchmark di settore e prevedendo un progressivo recupero di produttività. Che sia molto generoso è suggerito dai dati sulle gare celebrate nel cosiddetto “periodo transitorio” (2001-2012), dove si è osservato (Utilitatis, Yellow Book 2011) che i canoni di concessione riconosciuti dai gestori ai comuni spesso superavano la metà del ricavo tariffario. Il sospetto che le tariffe percepite dal gestore fossero così abnormi da consentirgli di fare utili anche rinunciando alla metà dei suoi ricavi sfiorò quasi tutti salvo ovviamente l’AEEGSI la quale, prontamente supportata da endorser bocconiani e luissiani, si affrettò a denunciare al Governo i rischi per gli investimenti e la sicurezza pubblica derivanti dall’erosione dei ricavi e, quindi, dall’avidità dei comuni. Ovvove et tvagedia.

Per quanto riguarda invece i costi di capitale, il criterio di calcolo include analiticamente tutte le spese sostenute per le infrastrutture (Regulatory Asset Base). Nella pratica, l’impresa comunica all’AEEGSI l’elenco degli importi spesi dal 1955 a oggi in ciascun anno e per ciascuna categoria di cespiti (fabbricati, condotte, allacciamenti, contatori ecc.) recuperandoli dalle “fonti contabili obbligatorie”. L’AEEGSI procede quindi a:

  1. rivalutare ciascun importo all’anno tariffario di applicazione (tramite il deflatore degli investimenti fissi lordi);
  2. determinare la quota di rimborso dell’ammortamento annuo di ciascun importo in base alle vite utili regolatorie di ciascuna categoria di cespiti (ad es. 50 anni per le reti, 25 anni per le cabine, 15 anni per i contatori elettronici ecc.). La sommatoria degli ammortamenti rivalutati è addebitata in bolletta (componente amm);
  3. calcolare sui residui non ammortizzati (o CIN, capitale investito netto) unaremunerazione del capitale, oggi pari al 6,9% annuo per i cespiti a servizio della distribuzione e al 7,2% annuo per i cespiti a servizio della misura. I valori percentuali sono calcolati come costo medio ponderato del capitale(WACC) combinando un paniere di indici finanziari. La sommatoria delle remunerazioni del capitale investito netto è addebitata in bolletta (componente rem).

Facciamo un esempio (semplificando). Se l’impresa ha speso 300 milioni di lire (155.000 euro) nel 1990 per realizzare una condotta con vita utile regolatoria media di 50 anni:

  1. l’importo lordo rivalutato all’anno tariffario t-1 – diciamo il 2014 – è pari a 155.000 × [defl. 1990 su base 2014] = 155.000 × 1,89 = 292.950 euro;
  2. l’ammortamento annuo da addebitare agli utenti è pari a 292.950/[vita utile] = 292.950/50 = 5.859 euro/anno;
  3. la remunerazione del capitale annua da addebitare agli utenti è pari a [vita residua]/[vita utile]*WACC*292.950 = (50-2014+1990)/50*6,9%*292.950 = 0,52*0,069*292.950 = 10.511 euro/anno (2014).

3.3 Conseguenze del sistema tariffario

Per quanto tedioso e pedante – sicché mi scuso in anticipo con i superstiti lettori – capire il metodo tariffario del price cap e del Regulatory Asset Base, che ritroviamo in numerosi servizi pubblici regolati, dal gas al mercato elettrico, dai trasporti al servizio idrico, è fondamentale per capire anche il senso politico ed economico delle liberalizzazioni. Proviamo a tirarne le somme:

  • si è visto che gli operatori possono farsi rimborsare dagli utenti qualunqueinvestimento – quindi anche quelli inutili – con un interesse che varia dal 6,9% al 7,2% del capitale investito (provate voi a chiederlo in banca, specificando che dovrà essere a rischio zero e garantito per legge, poi sappiatemi dire nei commenti). Ma non solo: possono addebitarli a qualunque prezzo, trattandosi di valori a pie’ di lista su cui il regolatore non può effettuare controlli automatici non essendo prevista la dichiarazione delle corrispondenti quantità fisiche. Può un sistema di questo tipo (tanto-spendo-tanto-guadagno) rendere più efficiente la spesa dei gestori riducendo i costi a carico degli utenti? No, anzi. Se non è un incentivo a spendere peggio e di più, sicuramente non penalizza chi lo fa;
  • se ciò non bastasse, i costi remunerati in tariffa sono autocertificati dalle imprese e spesso – anche per ragioni oggettive di irreperibilità – ricostruiti in base a preventivi, verbali, appunti e deduzioni storico-statistiche, quando non peritati ex novo. È vero che l’AEEGSI si riserva la facoltà di effettuare controlli – e in alcuni casi li fa – ma è impossibile revisionare tutte le 7457 località italiane, sicché la base numerica della tariffa poggia sostanzialmente sulla buona volontà e sulla buona fede delle imprese che la incassano;
  • si è anche visto che i costi operativi e di altro genere sono quasi sicuramente sovrastimati, come dimostra la vicenda dei canoni riconosciuti nelle gestioni aggiudicate fino al 2012.

Ma veniamo ora alle (ancor più) dolenti note:

  • il sistema sopra descritto, al di là delle diverse definizioni, è un classico finanziamento a tasso fisso dove l’utente/contraente corrisponde al gestore il capitale (componente amm) e gli interessi (componente rem), a tassi non certo vantaggiosi e con l’aggiunta, a parte, della rivalutazione. Il metodo RAB integra pertanto un caso di finanziarizzazione dei servizi pubblici (ne abbiamo parlato in questo articolo) a beneficio delle banche che erogano il credito ai gestori e dei gestori stessi che lucrano sullo spread tra il costo del capitale e lo WACC applicato agli utenti;
  • per capire di cosa stiamo parlando, con il metodo tariffario in vigore la condotta dell’esempio sopra proposto costa agli utenti, al netto della rivalutazione, 427.722 euro in 50 anni, cioè il 276% in più rispetto al costo originario (155.000). Gli utenti quindi pagano quasi tre volte: una volta per coprire il valore del cespite e due volte per garantire le rendite finanziarie di chi ha anticipato l’investimento. Considerando che la RAB in Italia è oggi stimata in circa 18 miliardi di euro, lascio i conti al lettore.

Resta ora da chiedersi come possa un sistema di ricavi fissi e garantitipromuovere la concorrenza tra gli operatori. Fino a quattro anni fa, cioè prima del blocco delle gare e dell’entrata in vigore del regime ATEM (v. sotto), la partita si giocava sul canone che i gestori avrebbero corrisposto ai comuni. E oggi?

4. L’ultimo atto: le gestioni d’ambito

Le tendenze e i fenomeni fin qui descritti si sono rafforzati ulteriormente con l’ultima riforma che ha investito il settore: gli ambiti territoriali minimi (ATEM). Una trattazione esaustiva degli ATEM eccede ampiamente gli scopi di questopseudopaper, sicché qui ci limitiamo a delinearne gli snodi più significativi per comprenderne le conseguenze di politica economica e industriale. Concepita già nel 2007 ma politicamente osteggiata per anni (in particolare dalla Lega Nord), la riforma si concretizza solo nel 2011 (v. DM 19 gennaio 2011, c.d. Decreto Ambiti) introducendo due novità cardinali:

  1. l’obbligo di indire le gare per l’affidamento del servizio non più nei singoli comuni ma in ambiti sovracomunali per, al solito, “favorire lo sviluppo efficiente del servizio, ridurne i relativi costi a favore dei clienti finali, nonché rimuovere le barriere che ostacolano lo sviluppo della concorrenza nel settore della vendita di gas”. Il decreto citato individua 177 ambiti di gestione (qui l’elenco completo) che, rispetto ai 7200 comuni metanizzati, riducono il numero delle gestioni a circa un quarantesimo;
  2. l’introduzione di una rigidissima normativa centrale (alla faccia dello Stato minimo e della deregulation) che disciplina ogni singolo aspetto delle celebrande gare (v. DM 12 novembre 2011, n. 226, c.d. Decreto Criteri): il calendario entro cui svolgere gli adempimenti pre-gara e pubblicare i bandi, il testo del bando e del disciplinare (da adottare obbligatoriamente), gli importi dovuti all’ente, gli obblighi contrattuali, lo schema dei punteggi, la documentazione di gara, i criteri di aggiudicazione ecc.

Se il sistema tariffario interessa gli utenti, la riforma ATEM colpisce innanzitutto i comuni, ai quali è indirizzata con un duplice obiettivo: quello (esplicito e pretestuoso) di rendere più efficienti le gestioni e quello (implicito e reale) di annullarne l’autonomia contrattuale ed escluderli dalla titolarità del servizio, riducendoli a passacarte di procedure blindate e stabilite in altra sede. Con le gestioni ATEM i comuni non possono più decidere se fare le gare né quando farle, non possono stabilire le clausole contrattuali né scegliere i modelli gestionali, e non hanno più titolo per trattare direttamente con i gestori, dovendo tutto passare dalla stazione appaltante che li rappresenta. Alcuni sindaci hanno rievocato al proposito l’incubo degli ATO idrici, ma questa volta è forse peggio.

Oltre ai poteri gestionali e decisionali, con la riforma i comuni perdono anche i vantaggi economici di cui godevano con i precedenti regimi. Negli ATEM non esiste più il canone concessorio, ma un versamento annuo fino al 5% (poi portato al 10% per intercessione dell’ANCI) della sola quota tariffaria relativa ai costi di capitale di località (rem+amm). Fatti i conti della serva, si tratterebbe di un importo al massimo pari al 5-6% del vincolo ai ricavi complessivo di localitàladdove oggi, come abbiamo visto, gli enti incassano canoni del 35-50% o più, a cui vanno aggiunti gli eventuali benefici accessori delle vecchie convenzioni (forniture gratuite agli edifici comunali, versamenti una tantum ecc.). Non si tratta di briciole, ma di tanti soldi che saranno sottratti alle già esangui casse comunali spingendo i municipi più piccoli al dissesto.

Per capire il tenore di questo attacco si consideri ad esempio che ancora, nel testo del Decreto Criteri (articolo 8 comma 3), laddove si tratta della componente tariffaria di capitale spettante ai comuni per gli eventuali cespiti di loro proprietà non è menzionata la quota di ammortamento. Più che una penalizzazione o una svista, è un furto erariale che avrebbe dovuto far saltare sulle sedie i magistrati contabili: quella quota è infatti incassata comunque dal gestore. Invece la clausola rimase in vigore finché l’AEEGSI, tre anni dopo, non ci mise una pezza su insistenza dell’ANCI presso il Ministero, ma con la beffa di concentrare il versamento degli ammortamenti accantonati in un un’unica soluzione, a fine gestione: sicché i gestori se li terranno in cassa per 12 anni capitalizzandosi con i fondi spettanti ai comuni, e i comuni, quando riceveranno il dovuto, non potranno spenderlo a causa del patto di stabilità. Un capolavoro.

Ma non basta. A questo esproprio giuridico e patrimoniale i comuni devono obbligatoriamente collaborare per non incorrere in sanzioni economiche che ridurrebbero ulteriormente la propria partecipazione ai ricavi del gestore (Dlgs. 21 giugno 2013, n. 69, art. 4 comma 4). E non si tratta di semplici formalità: agli uffici tecnici comunali si chiede ad esempio l’assurda incombenza di calcolare lo scostamento tra il valore peritato della rete soggetto a rimborso da parte del nuovo gestore (VIR) e la RAB. Trattandosi di elaborazioni complesse e di dati in esclusivo possesso delle imprese, sarebbe normale che queste ultime li trasmettessero all’AEEGSI per le opportune verifiche e il successivo coinvolgimento dei comuni. A questi ultimi spetta invece l’onere di raccogliere informazioni che non capiscono presso gestori che spesso non rispondono, rischiando sanzioni per inadempienze di cui non hanno colpa e avvalendosi di consulenze esterne il cui costo non può essere coperto dai miseri rimborsi riconosciuti dalla legge.

I temi qui accennati coprono solo una minima parte dei nodi introdotti dal nuovo regime, che mentre scrivo vengono al pettine con gare bloccate, ricorsi e continue proroghe dei termini utili per la pubblicazione dei bandi. Nel suo impianto generale e nei pochi dettagli esemplificati, la riforma ATEM è il trionfo di un accentramento statale di marca stalinista che cozza comicamente con la visione liberale dei suoi sostenitori. Ad oggi ha sicuramente centrato gli obiettivi di impoverire ulteriormente i comuni, arricchire ulteriormente i gestori, mettere fuori mercato i piccoli operatori, azzerare l’autodeterminazione delle comunità locali e creare nuovi problemi senza risolvere i vecchi.

Resta da capire se, almeno, realizzerà quel sogno di un mercato più competitivo e foriero di servizi più efficienti che ancora qualcuno rincorre, e dal quale ha preso le mosse tutto il circo.

5. La concorrenza, cioè il monopolio

Per chiudere questa lunga riflessione e tirarne le fila, riprendiamo la domanda posta più sopra integrandola alla luce dell’ultimo capitolo. In che modo un sistema dove i ricavi, le clausole e gli obblighi contrattuali sono uguali per tutti e il rischio di impresa è azzerato per tutti può promuovere la concorrenza e quindi – per chi ci crede – la qualità e l’economicità del servizio? Se si annullano tutte le variabili della concorrenza, si annulla la concorrenza stessa. Anche ammettendo che le imprese abbiano livelli di efficienza diversi, non c’è proprio nulla nel sistema economico e legale sin qui descritto che le induca a trasferire la maggior efficienza a beneficio degli utenti o della qualità. Anzi, direi che non c’è nulla che le induca a essere a essere più efficienti tout court, se non appunto nelle simulazioni dell’AEEGSI e delle sue truppe accademiche.

A ben vedere, l’unica seria variabile di mercato in questo sistema accuratamente sclerotizzato dal dirigismo statale è anche quella che ce ne suggerisce il senso ultimo. Bloccati i parametri industriali e di offerta, agli operatori non resta che misurarsi sulla capacità finanziaria per far fronte agli investimenti e ai riscatti per il subentro nelle nuove gestioni. Tutto il resto è già tracciato da un regolatore che ha, di fatto, riplasmato il servizio pubblico facendone un prodotto finanziario a rischio nullo dove vince chi ha più soldi e/o se li procura a minor prezzo. Lo spread finanziario diventa così non il principale, ma l’unico indicatore di competitività delle imprese.

Non può quindi stupire che l’attore più promettente e aggressivo di questo e altri settori di pubblico servizio sia un fondo di investimento partecipato dalle maggiori banche italiane e americane. Né può stupire che quello stesso gruppo, già secondo nel settore, stia per acquisire il primo, Italgas, mettendo così le mani su più della metà degli utenti già prima della celebrazione delle gare. Sicché qualche addetto ai lavori, in attesa che l’antitrust si pronunci sul caso, incomincia finalmente a chiedersi se abbia senso farle, le gare.

E se lo chiede giustamente, ma anche ingenuamente e fuori tempo massimo. Perché un sistema architettato ab origine per concentrare gli investimenti e premiare le sole variabili finanziarie non può che determinare il primato degli investitori finanziari sulle imprese industriali e tendere all’inevitabile meta di trasformare tanti monopoli diffusi al servizio delle comunità in un monopolio centrale al servizio degli investitori. Si compie così una limpidissima parabola di socialismo dei ricchi dove l’asfissiante morsa normativa dell’intervento pubblico serve a creare e mantenere le condizioni affinché il capitale finanziario faccia leva sui bisogni irrinunciabili dei cittadini e li trasformi in asset dal rendimento garantito.

Quando pagheremo i servizi tre, quattro o dieci volte tanto, a un unico fondo di investimento secondo il capriccio degli indici finanziari e sotto la tutela armata del regolatore governativo, chissà se i polli e le galline del libero mercato si accorgeranno di essere finiti in forno. Io non ci conto.

 

Le risque de faillite systémique de l’Eurozone vient de ses chambres de compensation (partie2). Liliane held-Khawam – Le blog de Liliane Held-Khawam

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