USCIRE DALLA CRISI ATTUANDO LA COSTITUZIONE

di Paolo Maddalena 

 

PUNTO 5 – Le rovinose prescrizioni dell’Europa. Il Regolamento europeo 1466/97. Il Fiscal compact.
di Paolo Maddalena

“Come si nota, il pensiero neoliberista, che, in nome della cosiddetta globalizzazione, ha fatto di tutto per fondere i capitali e far espandere in tutto il mondo la disoccupazione, ha davvero ridotto allo stremo la situazione economica della nostra Italia . Ma c’è di più. Per l’Italia (come per gli altri Paesi del sud Europa) la finanza ha escogitato un altro “meccanismo” (un vero e proprio “cappio al collo”) ancor più stringente di quello appena descritto, per ridurci alla rovina più completa: si pretende di far diminuire il debito pubblico , imponendo il “pareggio del bilancio”, impedendo cioè una politica espansiva dell’economia.

Si è cominciato con il Patto di stabilità, adottato dal Consiglio dei Ministri del 16 e 17 giugno 1997, il quale sancisce l’impegno degli Stati membri a perseguire l’obiettivo di medio termine di un saldo, prossimo al pareggio o all’avanzo del conto economico delle amministrazioni pubbliche. A questo fine, ed è qui che sta l’assurdo, si impone un “pareggio” a livello regionale e un “pareggio” a livello nazionale, per cui i singoli enti pubblici, anche se hanno un avanzo di bilancio, non possono spenderlo, perché quegli avanzi servono per “pareggiare”, a livello regionale o nazionale, i disavanzi degli enti meno virtuosi. Si tratta di una vera e propria assurdità foriera di danni per la nostra economia, in quanto si limitano gli investimenti tanto necessari per la “crescita” e per la “diminuzione del debito”. Si è poi continuato con le prescrizioni della “troica”, cioè del Fondo monetario internazionale (tutto formato da potentissime banche private multinazionali), dalla BCE (formata, a sua volta, da Banche centrali private), e dalla Commissione Europea, che dovrebbe essere la “guardiana” dei Trattati, e che invece favorisce i Paesi economicamente più forti, come, ad esempio, la Germania, che viola, impunemente e da sempre, l’obbligo di denunciare il suo surplus commerciale e la Francia, che sfiora da sempre, e anch’essa impunemente, il limite del 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil, raggiungendo il 4,3 per cento e anche il 4,7 per cento di questo rapporto. Quanto al nostro Paese, la Commissione è stata sempre molto rigida pretendendo che i nostri bilanci seguissero pedissequamente le prescrizioni europee e minacciando, ad ogni piè sospinto, una procedura d’infrazione per mancato rispetto dei limiti di Maastricht.

Ed è da sottolineare che la Commissione Europea, non solo è stata intransigente in ordine ai limiti del predetto Trattato, ma ha consentito al Consiglio Europeo di inserire nel “diritto europeo derivato”, e, quindi, al di fuori dei Trattati, la regola che i Paesi in difficoltà, come il nostro, dovessero assolutamente “pareggiare i bilanci”, senza fruire neppure della possibilità di indebitamento nel limite sopra accennato del 3 per cento del Pil, al fine di deliberare investimenti necessari alla crescita e all’uscita dalla recessione. Ciò si è realizzato con il Regolamento n. 1466/97, divenuto applicabile il 1 gennaio 1999, data del lancio dell’euro . Esso è rimasto in vigore per tredici anni, sino al 6 dicembre 2011. Il Regolamento ha così posto un principio nuovo in netto contrasto con quanto stabilisce il più volte citato Trattato di Maastricht. Quest’ultimo ha stabilito che gli Stati membri possono indebitarsi sino al 3 per cento, il Regolamento 1466/97 ha sostituito questo tre per cento con lo zero per cento. Il successivo Trattato di Lisbona ha riproposto il limite del 3 per cento, ma la Commissione ha continuato ad applicare contra legem il principio del pareggio del bilancio. E’ chiaro che questo Regolamento ha bloccato le potenzialità degli Stati in difficoltà a riprendere vigore ed ha provocato una spirale depressiva senza fine. Il successivo Regolamento 1175/2011 lo ha abrogato, constatando la sua illegittimità. Ma immediatamente si è dato spazio a provvedimenti costituenti applicazione anticipata del Fiscal compact. In tal modo la situazione è diventata ancor più confusa. D’altro canto, è da tener presente che il Fiscal compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance, firmato il 2 marzo 2012, ratificato dall’Italia con legge 23 luglio 2012, n. 114, ed entrato in vigore il 1 gennaio 2013), è un “Trattato di diritto internazionale”, più precisamente un “Trattato intergovernativo”, e, di conseguenza, non ha nessuna influenza su quanto stabilito dai Trattati di Maastricht e di Lisbona in ordine all’euro. Per modificare la disciplina riguardante la moneta unica, occorrerebbe seguire la procedura di cui all’art. 48 del Trattato di Lisbona, non qualsiasi altra procedura. Ad aumentare la confusione, si legge nel Fiscal compact che esso è applicabile soltanto se conforme ai Trattati Europei.

Dunque, la conclusione da trarne è che il Fiscal compact non ha una base giuridicamente valida e che pertanto è un atto senza valore. Di conseguenza, il principio del “pareggio di bilancio” non fa parte dell’ordinamento europeo e niente ci imponeva di inserirlo nella nostra Costituzione, come ha fatto il governo Monti. Inoltre, questo inserimento nella Carta costituzionale è contro i principi e i diritti fondamentali che la Costituzione stessa riconosce e garantisce. Si tratta, per esser chiari, di un principio spurio da eliminare al più presto proponendo una questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte costituzionale. Ciò non ostante i nostri Governi continuano a affermare di voler seguire le prescrizioni europee e la situazione economica italiana continua a essere astretta da insostenibili vincoli internazionali e europei. L’esito finale non potrà che essere fatale. Sono in ballo l’appartenenza agli Italiani del territorio italiano e la stessa possibilità di sopravvivenza dell’intero Popolo.

Ciò non significa che dobbiamo rinunciare all’idea di una Europa unita, cioè all’idea di una Federazione europea. Si tratta invece di ricostruire l’Unione Europea sulla base dell’eguaglianza, almeno tendenziale, dei suoi Popoli, cioè degli Stati membri, ai quali bisogna offrire tutte le possibilità per la ricostruzione di una valida economia interna. Entrare nell’euro, cedere la “politica monetaria”, con l’implicita conseguenza di cedere anche la “politica economica”, è stato un errore imperdonabile. Se non si riconquista la “sovranità” in questo campo, sarà impossibile rimettere in sesto la nostra economia. Dunque, non esiste altra via, se non quella di rivedere i Trattati europei, almeno da Maastricht in poi. Intanto il problema centrale diventa quello di stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione e specialmente al Titolo III della Parte prima, dedicata ai “rapporti economici” (artt. 35-47 Cost.). In tali articoli, infatti, è descritto un vero e proprio “programma di governo”, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di far riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stata spinta dagli opposti principi neoliberisti.”

 

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