Il franco CFA: una moneta nociva per gli Stati africani

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Le franc CFA : une monnaie nocive pour les Etats africains (Mediapart)
Par Fanny Pigeaud
Mediapart
Texte initialement paru en trois parties ici réunies.
Franco CFA: moneta nociva per gli Stati africani
7 Agosto 2016

Settant’anni dopo la creazione, il franco CFA è ancora vigente nelle colonie africane della Francia. La moneta è molto criticata da alcuni economisti africani ma i dirigenti degli Stati interessati non contestano questo sistema anacronistico, chiave di volta della Franciafrica, perché ne approfittano o perché temono Parigi.

E’ una questione che dura da molti decenni ma ignorata se non occultata: la Francia è l’unico paese al mondo che gestisce ancora la moneta delle sue ex colonie oltre mezzo secolo dopo la loro indipendenza. Il franco CFA, FCFA, utilizzato da 14 paesi africani e le Comore, rimane infatti sotto la tutela del ministero francese delle Finanze. In Africa sempre più voci si ergono per protestare contro questo dispositivo, visto come un sistema per perpetuare la dominazione francese ma anche per suonare l’allarme: molti economisti ritengono che il FCFA ostacola i paesi che lo utilizzano.

Creato ufficialmente il 26 dicembre 1945, dopo sei anni che era stata istituita dalla Francia la “zona franco” imponendo una legislazione dei tassi di cambio comune in seno al suo impero coloniale, all’inizio della Seconda guerra mondiale, il cui scopo era di « tutelarsi dagli squilibri strutturali dell’economia di guerra» e continuare ad alimentarsi in materie prime a basso costo presso le sue colonie. CFA significava « colonie francesi d’Africa » poi, dal 1958  « comunità francese d’Africa ». Quando la Francia ha accordato l’indipendenza alle sua colonie africane, all’inizio degli anni ’60, ha imposto la riconduzione del sistema della zona franco. Il CFA è diventato quindi il franco della « comunità finanziaria africana » in Africa occidentale, e il franco della “cooperazione finanziaria in Africa centrale” per l’Africa centrale.

La zona franco annovera due sottogruppi in Africa: l’Unine economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) composta da otto paesi (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) che riunisce sei Stati (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad). Ognuno con la sua banca centrale: la Banca centrale degli Stati d’Africa occidentale (BCEAO) a Dakar, e la Banca degli Stati d’Africa centrale (BEAC) a Yaundé. Banconote e monetine della CEMAC non sono utilizzabili in seno dell’UEMOA e viceversa.

La zona franco poggia su quattro principi :

1- Il Tesoro francese garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro (prima il franco francese) ;

2 – La parità del CFA con l’euro è fissa ;

3 – Per garantire la parità, le riserve di cambio dei paesi della zona franco sono centralizzate nelle loro banche centrali che devono depositarne la metà su un conto corrente detto “conto d’operazioni”, presso la Banca di Francia e gestito dal Tesoro francese ;

4 – I trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi

Per la Francia e per esteso l’Europa dal passaggio all’euro, queste regole sono interessanti dal punto di vista economico. Grazie alla parità, l’Esagono può continuare ad acquisire materie prime africane (cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio…) senza sborsare le valute e le sue imprese possono investire nella zona franco senza rischi di deprezzamento monetario. Queste, grazie alla libera circolazione dei capitali, rimpatriano i profitti in Europa senza ostacoli. Le multinazionali come Bolloré, Bouygues, Orange o Total ne approfittano particolarmente: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio” osserva  Bruno Tinel, maestro di conferenze a Parigi1.

Queste riserve depositate sui “conti di operazioni” riferiscono dei soldi alla Francia. Certamente la BEAC e la BCAO guadagnano da queste attività ma i rendimenti sono deboli poiché questi sono allineati sulla politica molto accomodante della BCE: sono “remunerati al tasso di prestito marginale della Banca centrale europea (BCE) (1,5% dall’11 luglio 2012) per la quota obbligatoria dei depositi,  e al tasso minimo delle transazioni principali di rifinanziamento della BCE (0.75% dall’11 luglio) per le attività depositate al di là della quota obbligatoria», secondo il sito della Direzione generale del Tesoro francese. Nel frattempo niente impedisce al Tesoro di collocare le attività africane a tassi più interessanti, quando le circostanze monetarie lo consentono, e di ricuperare la differenza.

Nel 1996, il presidente del Gabon, Omar Bongo, ha spiegato: “Quando chiedete a un francese nella strada, vi dirà: “Si spendono molti soldi per l’Africa”. Ma non sa quello che la Francia raccoglie in cambio, come controparte. Un esempio: siamo nella zona franco. I conti di operazione sono gestiti dalla Banca di Francia, a Parigi. Chi usufruisce degli interessi di quei conti? La Francia”. Una cosa è certa: le riserve africane consentono alla Francia di pagare una piccola porzione del suo debito pubblico: 0.5% secondo i calcoli di B Bruno Tinel. Nel 2014 le riserve collocate sui conti di operazioni erano di 6950 miliardi di FCA ossia 10.6 miliardi di euro.

(continua… al link in francese)

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