Alcune note a margine della discussione con Michele Boldrin | Francesco Sylos Labini

 

Sorgente: Alcune note a margine della discussione con Michele Boldrin | Francesco Sylos Labini

 

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In questo post discuto di alcuni dei punti sollevati durante la discussione con Michele Boldrin a Venezia. 

  1. La disastrosa capacità previsionale degli economisti neoclassici è un dato di fatto attestato da qualsiasi studio in materia (si veda qui e anche qui). Per Boldrin tuttavia non è obiettivo della teoria fare previsioni e anzi anche lui è dell’opinione che la teoria preveda che non si possano fare previsioni in accordo dunque con quanto sostiene il premio Nobel per l’economia Robert Lucas:

Una cosa che non possiamo avere, ora o mai, è un insieme di modelli capaci di prevedere improvvise cadute del valore delle attività finanziarie, come il declino che è seguito al fallimento della Lehman Brothers. Questa non è una novità. È noto da più di quarant’anni ed è una delle principali implicazioni della «ipotesi dei mercati efficienti» di Eugene Fama, in cui si afferma che il prezzo di un’attività finanziaria riflette tutta l’informazione pertinente generalmente disponibile. Se un economista avesse avuto una formula capace, per esempio, di prevedere in modo affidabile la crisi con una settimana di anticipo, allora la formula sarebbe diventata parte delle informazioni generalmente disponibili e i prezzi sarebbero precipitati una settimana prima

Da una parte questa tesi presuppone l’esistenza di una situazione di equilibrio nell’economia: solo all’equilibrio le (piccole) perturbazioni sono ininfluenti e vengono assorbite dal sistema economico. Dall’altra parte non si capisce, se così fosse, perché gli economisti continuino a fare previsioni e dare suggerimenti di politica economica dato che le teoria neoclassica dovrebbe essere solo descrittiva, a posteriori, di quello che avviene. Tuttavia non è per niente così. I modelli basati sulle assunzioni dell’economia neoclassica sono comunemente usati per fare previsioni macro-economiche da tutte le principali istituzioni mondiali (FMI, BCE, World Bank, OCSE, governi nazionali, ecc.) e gli economisti neoclassici continuano a fornire suggerimenti di politica economica. Il punto è che le previsioni sono sbagliate perché i modelli su cui sono basate sono sbagliati. In particolare il problema è l’assunzione di equilibrio dei mercati che è tanto banale quanto irrealistica. In grande sintesi la tesi che sostengo nel libro è che:

Nell’ultimo mezzo secolo la teoria economica neoclassica ha fornito le basi teoriche per sostenere che, al fine di aumentare l’efficienza del mercato, i governi avrebbero dovuto privatizzare le proprie industrie e deregolamentare il mercato stesso. Questo risultato sarebbe dimostrato da raffinate teorie economiche che, attraverso una procedura logico-deduttiva, caratterizzata da un certo rigore formale matematico, avrebbero fornito una serie di teoremi matematici a supporto di tali conclusioni. Tuttavia, studiando le ipotesi alla base dei teoremi matematici utilizzati in economia, si nota una straordinaria differenza tra le condizioni in cui questi si applicano e la realtà: il realismo, al contrario del rigore, è stato del tutto trascurato.

  1. Secondo Boldrin se qualcuno avesse avuto un modello per prevedere la crisi sarebbe diventato multi-milionario e dunque non lo avrebbe certo divulgato. Questo infatti  è avvenuto:  un esempio è descritto nel bel film “La Grande Scommessa”  (ispirato a eventi e personaggi reali) in cui vari operatori avevano capito il regime di grande instabilità dei mercati nell’immediato della crisi finanziaria e hanno saputo trarne vantaggio economico. Ma, appunto, erano delleeccezioni perché la convinzione dominante degli economisti accademici e dunque dell’opinione pubblica e della gran parte degli operatori di borsa era quella così espressa dal premio Nobel per l’economia  Robert Lucas:

Sono scettico sulla tesi che il problema dei mutui sub-prime contaminerà l’intero mercato dei mutui, che la costruzione di alloggi arriverà a una battuta d’arresto, e che l’economia scivolerà in una recessione. Ogni passo in questa catena è discutibile e non è stato quantificato. Se abbiamo imparato qualcosa dagli ultimi vent’anni, è che c’è parecchia stabilità integrata nell’economia reale.

Nel libro, tra i tanti, cito questo esempio:

Il governatore della Banca centrale d’Australia Glenn Stevens ha così immortalato la reazione degli economisti neoclassici alla crisi finanziaria globale: «Io non conosco nessuno che abbia predetto il corso degli eventi […] Quello che abbiamo visto è veramente una ‘coda’, il tipo di risultato che il processo di previsione di routine non prevede»

Al contrario di quello che scrive Robert Lucas a mio parere i fatti mostrano in maniera eclatante che non c’è alcuna stabilità nell’economia reale e che il mito dell’equilibrio e dell’auto-regolamentazione dei mercati ha creato proprio il regime di instabilità che ha dato luogo alla crisi che stiamo vivendo da più di un lustro. Gli economisti teorici non dovrebbero pensare a sviluppare una “formula” per speculare nei mercati finanziari quanto piuttosto dovrebbero interpretare gli andamenti strutturali macroscopici del sistema economico. Il confronto che uso nel libro è quello con i sismologi che non possono prevedere il quando e il dove avviene un terremoto, ma possono identificare le zone sismiche. Ovviamente le zone sismiche cambiano in ere geologiche mentre l’instabilità del sistema economico in qualche lustro. Però, a differenza della sismologia, l’economia dispone di molti dati (a saperli leggere) Il fallimento dell’economia neoclassica sta proprio nell’assumere che i mercati tendano all’equilibrio e che perciò ci sia parecchia stabilità nell’economia reale. Oppure, citando sempre Lucas, che

La mia tesi in questa conferenza è che la macroeconomia, nel suo senso originario, ha avuto successo: il suo problema centrale della prevenzione di depressioni è stato risolto, per tutti gli scopi pratici, ed è, infatti, stato risolto per molti decenni.

All’opposto la mia tesi è che

mentre in fisica la matematica è stata utilizzata per ottenere spiegazioni precise e previsioni di successo, non si può trarre la stessa conclusione sull’uso della matematica in economia neoclassica nell’ultimo mezzo secolo. Quest’analisi rafforza la conclusione sulla pseudo-scientificità dell’economia neoclassica cui siamo giunti in precedenza considerando il fallimento sistematico delle previsioni degli economisti neoclassici.

  1. Boldrin cita il fisico Richard Feynman per sostenere che

la filosofia della scienza è utile alla scienza come l’ornitologia è utile agli uccelli.

e dunque implicitamente che il mio argomento sul fatto che il fallimento delle previsioni implichi la non scientificità dell’economia neoclassica sia fallace. Non so esattamente in qualche contesto e refirito a chi Feynman disse una cosa del genere, ma il mio libro incomincia, nel primo paragrafo dal titolo “Sul metodo scientifico“, proprio con questa citazione di Richard Feynman

Ora vi spiego come cerchiamo nuove leggi. In genere cerchiamo nuove leggi attraverso il seguente processo. Prima di tutto formuliamo un’ipotesi. Poi calcoliamo le conseguenze di questa ipotesi, ottenendo le implicazioni di questa legge se fosse giusta. Infine confrontiamo i risultati di questi calcoli con la natura, con gli esperimenti e con le osservazioni per vedere se funziona. Se i risultati teorici non si accordano con gli esperimenti, l’ipotesi è sbagliata. In questa semplice affermazione c’è la chiave della scienza.

che infatti esemplifica in maniera semplice e chiara per il criterio di demarcazione, alla base del metodo scientifico,  tra scienza e pseudo-scienza. La scienza dovrebbe funzionare in buona sostanza proprio così – anche se ovviamente le cose non sono mai così semplici come spiego nel libro in un certo dettaglio.

  1. (Ndr: questo commento lo possono apprezzare soprattutto i fisici). Boldrin cita la scuola di Santa Fé organizzata da Phil Anderson (premio Nobel per la fisica, considerato il padre del campo dei sistemi complessi), Ken Arrow (premio Nobel per l’economia) e David Pines, come prova che sia già avvenuta una lunga discussione con tra gli economisti e i fisici nei bei tempi andati sul fatto che

l’economia è un sistema complesso evolvente … quel poco di reputazione che ho da un punto di vista scientifico è per aver usato modelli caotici in economia, non oggi ma trent’anni fa.

In effetti la discussione è avvenuta lasciando molto perplessi i fisici e non portando a nulla per quanto riguarda la teoria economia neoclassica dato che ancora oggi questa si basa su (incredibili) assunzioni come gli agenti razionali e l’autoregolamentazione dei mercati.  A questo proposito è interessante riportare la reazione dello stesso Phil Anderson alla discussione con gli economisti quando sentì parlare per la prima volta della teoria delle aspettative razionali nel famoso incontro del 1987 a Santa Fé

 Voi ragazzi davvero credete a questa roba?

Il lettore interessato può approfondire il pensiero dei fisici teorici moderni trent’anni dopo la scuola di Santa Fé (già, il tempo passa!) nel paragrafo “Cent’anni di solitudine” dove spiego perché l’economia neoclassica ha perso il contatto con il resto delle scienze naturali non trent’anni fa ma cento anni fa. Per leggere le opinioni di altri fisici, che comunque discuto nel libro, si può iniziare ad esempio dall’editoriale del fisico teoricoJean-Philippe Bouchaud pubblicato su Nature all’indomani dello scoppio della crisi del 2008 dal titolo “L’economia ha bisogno di una rivoluzione scientifica”   in cui puntualizza che

Rispetto alla fisica, sembra giusto dire che l’esito positivo dei dati quantitativi nelle scienze economiche è deludente. I razzi volano sino alla luna, l’energia viene ottenuta da minuti cambiamenti di massa atomica senza grandi disastri, i satelliti di posizionamento globale aiutano milioni di persone a trovare la loro strada di casa. Ma qual è un successo che sia il fiore all’occhiello dell’economia, oltre alla sua ricorrente incapacità di prevedere e prevenire le crisi, tra cui l’attuale crisi del credito mondiale? Perché le cose vanno così? […] Per me, la differenza fondamentale tra le scienze fisiche e l’economia o la matematica finanziaria è piuttosto nel relativo ruolo dei concetti, delle equazioni e dei dati empirici. L’economia classica si basa su ipotesi molto forti che diventano rapidamente assiomi: la razionalità degli agenti economici, la mano invisibile e l’efficienza del mercato, ecc. Un economista una volta mi ha detto, sconcertandomi: questi concetti sono così forti che si sostituiscono a qualunque osservazione empirica.

o dal bel libro del fisico teorico Mark Buchanan (2014)  “Previsioni. Cosa possono insegnarci la fisica, la meteorologia e le scienze naturali sull’economia”  in cui si legge

Come molti altri fisici mi curo di teorie finanziarie ed economiche da un ventennio circa, quando molti di noi iniziarono a spostarsi dal proprio ambito di ricerca tradizionale e ad applicare le modalità speculative della fisica ad altri. Nell’accostare lo studio della teoria economica mi aspettavo di far fronte a un corpus di teoria speculativa e matematica sviluppato con la stessa abnegazione all’onestà intellettuale come quello che si incontra studiando fisica, ingegneria aeronautica, neuroscienza o psicologia sociale. La verità è sgradevolmente diversa. Se si studiano i teoremi economici che affermano di spiegare come i mercati funzionino e si analizzano le condizioni in cui questi teoremi sono stati sostenuti, e le conseguenze che hanno implicato sui mercati reali, si nota una discrepanza esorbitante tra le affermazioni degli specialisti e la realtà. Questa affermazione non vale per tutti gli economisti, naturalmente, ma per troppi di loro. È come se, iniziando ad esplorare i dettagli della teoria della relatività di Einstein si scoprisse che di fatto, a dispetto della reputazione che ha di essere una delle più profonde e meglio testate, a dispetto dell’uso che i fisici ne facciano ad ogni occasione, non ci sia alcuna ragione di darle credito. La fiducia della fisica e nella scienza ne sarebbe minata irrimediabilmente, e a ragione. È così con l’economica, almeno quella applicata ai mercati

  1. Boldrin segnala una svista nel libro (ndr: grazie per altre segnalazioni da parte dei lettori!): si tratta del titolo di un articolo di economia. Mentre Boldrin conclude che essendo sbagliata la traduzione del titolo (ovviamente una svista nella traduzionedi cui mi assumo tutta la responsabilità) per forza debba essere sbagliata anche la discussione del contenuto, in realtà questa svista nulla toglie alle argomentazioni che ho presentato: infatti il punto del paragrafo “La matematica come ornamento” non riguarda la discussione della tesi illustrata nell’articolo di Rajnish Mehra e Edward C. Prescott, “The Equity Premium: A Puzzle“, quanto piuttosto il fatto che, nel loro articolo, non ci sia alcun accordo tra i risultati teorici e i dati empirici(*).Quest’articolo è stato preso come esempio da Donald Gillies, insieme a altri classici articoli di altri premi Nobel per l’economia aderenti alla scuola neoclassica, per mostrare la differenza dell’uso della matematica in fisica e in economia. Scrivo:

gli autori cercano di confrontare il modello di equilibrio generale Arrow-Debreu di un’economia teorica con i dati ottenuti da un’economia reale, vale a dire l’economia statunitense nel periodo dal 1889 al 1978. In questo caso non c’è nessun accordo tra i risultati teorici e i dati empirici. […] In conclusione, l’economia neoclassica, a differenza della fisica, non ha raggiunto attraverso l’uso della matematica alcuna spiegazione precisa o previsione di successo: questa è la principale differenza tra le due discipline.

  1. Interessante l’intervento di Boldrin (dal minuto 59:25 al minuto 1:00:20) in cui mostra in maniera semplice e lampante il problema della valutazione in economia:

Non esiste il pensiero dominante è un’invenzione cinematografica. Se voi volete parlare di economia come fosse quella cosa di cui si parla a Piazza Pulita di cui parla Loretta Napoleoni o il cretinetto di Mazzucato, non esiste. L’economia è quella cosa che gli economisti accademici fanno.

Si ricorda che Mariana Mazzucato, oltre ad essere autrice dell’interessante libro “Lo stato innovatore” è anche una affermata economista accademica. Questo di atteggiamento è la riprova di quanto scrivo nel paragrafo “La Dittatura Neoclassica

La valutazione della ricerca è un terreno di scontro per la supremazia nell’accademia anche in altri paesi. Ad esempio in Italia l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) ha nominato un gruppo di esperti valutatori che non solo sono strettamente connessi tra loro (co-autori di articoli scientifici), ma sono anche candidati e sostenitori dello stesso partito politico, Fare per Fermare il Declino (FiD). Anche in Francia è in atto un durissimo scontro per soffocare le correnti di pensiero differenti dall’economia neoclassica.

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Nota: (*)  Il premio azionario (equity premium) è la differenza di rendimento medio tra  titoli azionari, che sono rischiosi, e titoli di stato praticamente privi di rischio. Il premio azionario medio che Mehra e Prescott  stimano nei dati empirici nel periodo 1889-1978 è del 6,18% mentre il modello dell’equilibrio generale di  Arrow-Debreu che elaborano fornisce un valore dello 0,35%. Mehra e Prescott stessi concludono che il risultato “non è vicino al valore osservato”.

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