Figli e figliastri: tutte le deroghe e furbate permesse dalla UE agli altri Paesi | Scenarieconomici.it

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Se c’è un articolo involontariamente umoristico nei Trattati europei questo è l’art. 3 del TUE, il quale, fra le varie mirabili cose che dovrebbe fare la UE afferma spavaldamente “Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri.“.

Coesione economica? Solidarietà fra gli Stati membri? Vi pare che ci sia coesione economica guardando questo?

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Per capire quanta coesione ed omogeneità vi sia in Europa basta vedere poi qualche dato riguardo al rispetto delle regole di bilancio.

Nella UE vige la più completa anarchia: secondo gli ultimi dati Eurostat per quanto riguarda il rapporto deficit/PIL si passa dalla Spagna che viaggia da anni con deficit intorno al 6% (5,9% nel 2014), ed al Portogallo stabile sopra il 7% (7,2% nel 2014) che non subiscono procedure di infrazione, all’Italia che nel 2014 era sul 3% e viene costantemente ripresa se prova a chiedere una qualche flessibilità. La Francia, anch’essa abbondantemente sopra i limiti di Maastricht, pur passata dal 5,1% del 2011 al 3,9% del 2014, ha già fatto sapere che non solo non rientrerà nei parametri previsti, ma che farà ulteriore deficit nel 2016 e nel 2017, ufficialmente per combattere il terrorismo dopo i fatti tragici di Parigi, e che nessuno si azzardi a contestarle qualcosa. A chi interessa ecco la tabella completa

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Riguardo al rapporto debito/PIL quasi nessun Paese rispetta i limiti del 60% previsti, anzi la media dei 28 Paesi UE è salita da 85,5% della fine del 2013 al 86,8% della fine del 2014, ma ci sono Paesi che viaggiano con un rapporto del 27% come la Bulgaria o del 23% come il Lussemburgo e Paesi come la Grecia che sfiorano il 180%. In Italia siamo arrivati al 137% ed incombono le cosiddette clausole di salvaguardia che il governo Renzi ha solo fatto slittare al 2017: aumento dell’IVA di 2 punti nel 2017 e di un ulteriore punto nel 2018 ed aumento delle accise per 350 milioni di euro sia nel 2017 che nel 2018. Ecco il grafico dei debiti in UE

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Anche la c.d. “area Schengen” è ormai lasciata alla discrezione dei singoli membri: attualmente sono 6 i Paesi che hanno ripristinato i controlli alle frontiere unilateralmente ed uno di questi, l’Austria, minaccia in primavera di costruire una recinzione fra sé ed i confinanti meridionali (Italia e Slovenia).

Ma quello che realmente è un capolavoro di ipocrisia è la presunta solidarietà che dovrebbe animare i rapporti fra Stati membri e garantita dalla UE: il principio vigente si può sintetizzare così: le norme per gli amici si interpretano, per gli altri si applicano.

Prendiamo la Germania, che indubbiamente all’interno delle istituzioni europee ha parecchi “amici”. I tedeschi hanno ottenuto di mantenere l’eccezione sui collocamento di titoli pubbici che permette loro, con un escamotage già qui esaminato, di tenere bassi gli interessi sui Bund. Hanno una contabilità pubblica particolare che permette loro di eliminare del passivo dal conto dello Stato il debito contratto dalla Kfw (l’equivalente tedesco della nostra Cdp). Hanno i Lander che, avendo un’autonomia di bilancio ed una contabilità separata, non rientrano nel conteggio del debito statale ai fini del pareggio di bilancio. Ultimo, ma non minore vantaggio, specie quando gli interessi per finanziarsi erano più elevati, lo Stato si è potuto finanziare ai tassi previsti dalla BCE per gli istituti bancari, avendo una partecipazione in almeno la metà delle banche, sfruttando il fatto che le banche pubbliche o con partecipazione pubblica sono equiparate a quelle private.

Dall’alto di questi vantaggi la Germania impone disciplina di bilancio e rigore agli altri Paesi e costringe all’austerità ed ai tagli le altre economie attraverso le raccomandazioni della Commissione europea e della BCE.

Sappiamo poi benissimo che le banche francesi, tedesche ed olandesi sono state salvate con denaro pubblico e che, dopo che ciascuno di questi Paesi ha risolto i suoi problemi, la UE ha deciso che d’ora in poi gli aiuti di Stato sono vietati e deve essere applicata la nuova normativa sulla risoluzione delle crisi bancarie (la direttiva BRRD), con il famigerato bail-in. L’Italia si è trovata a dover salvare alcune sue banche stranamente proprio in coincidenza con questo cambiamento ed i titoli bancari sono andati a picco. Ma anche sul bail-in vi sono figli e figliastri…

Un articolo di due giorni fa uscito sull’edizione cartacea del Sole24Ore svela l’ennesimo trucchetto che permetterà alle banche degli altri Paesi che lo hanno già adottato o lo stanno adottando di non subire i contraccolpi di mercato e di essere più concorrenziali nella raccolta: l’holding bancaria.

Questo strumento, utilizzato originariamente dalla Svizzera e dall’Inghilterra, permette di formare una specie di “scudo” a protezione di una banca attraverso la creazione di una società che ne detiene il capitale, la holding, la quale, in forza di una interpretazione “elastica” della normativa sul bail-in, sarebbe lei a rifinanziare un eventuale dissesto bancario mediante l’azzeramento dei propri azionisti ed obbligazionisti. La Banca sarebbe così libera dall’obbligo di aggredire i risparmi dei propri investitori e potrebbe continuare a finanziarsi con proprie obbligazioni ad interessi bassissimi e non subire contraccolpi sul valore dei suoi titoli in Borsa.

Questo trucco, frutto di una lettura disinvolta della direttiva, non sembra che sarà applicabile al sistema finanziario italiano, sia per la mancanza di investitori privati che possano formare una holding, sia perché l’Italia ha contrattato con la Commissione una soluzione delle sofferenze bancarie (le Bad bank c.d. light) che renderebbe ormai inutile questo strumento, visto che tali sofferenze saranno già oggetto di una pesante svalutazione a carico dei bilanci degli istituti finanziari.

Avremo così in Eurozona banche protette che sfrutteranno la loro solidità apparente per agire sul mercato con rating superiori, nonostante la loro fragilità per la esposizione in derivati (come quelle francese e tedesche), e banche non protette che, pur essendo più sicure perché meno esposte, scontreranno rating più bassi e quindi interessi più alti per il rischio diretto di bail-in.

Questo è solo l’ultimo esempio della disomogeneità e della furbizia che regna in Europa. La domanda che sorge spontanea (almeno a me) è sempre quella: che ci stiamo a fare?

 

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