Bernard Maris, 2011: BNP-Paribas: il privilegio vergognoso di battere moneta

[Questo articolo del 2011 era stato trovato nel blog di Bernard Maris, ripreso da  http://leconomistamascherato.blogspot.it/2011/03/bnp-paribas-le-privilege-honteux-de.html?q=Bernard+Maris. Il blog di Bernard Maris è poi scomparso dietro il sito di France Inter – di cui l’ex direttore di Charlie Hebdo era diventato direttore nel 2008 – da quando divenne consigliere della Banca di Francia. Bernard Maris, come è noto, è invece stato ucciso nell’attentato a Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio 2015]

Traduzione a cura di Nicoletta Forcheri

Il CAC 40(1) rompe il patto sociale

Bernard Maris, 12 Marzo 2011 08:50

Utili per 82.6 miliardi, tra poco verrà raggiunto il livello del 2007 (96 miliardi)! La metà degli utili svanirà in rendite, in dividendi ai proprietari, o se preferite ai “mercati”, i famosi mercati che fanno tremare la Grecia. I due terzi della metà andranno all’estero, visto che il CAC appartiene per 2/3 ad esteri. I dividendi sono aumentati del 13%, gli stipendi del 2%. I dipendenti pagano quindi per i redditieri, o rentiers.
A guardarci bene, Total sorvola sull’obbligo di spostarsi in macchina, BNP su quella di disporre di soldi, Sanofi sul desiderio di curarsi. Queste persone non forniscono un servizio, fanno racket. Tassano un consumo obbligatorio. E’ particolarmente vero per BNP Paribas che possiede il privilegio vergognoso di battere moneta, di produrre gratuitamente il denaro che vi vende a caro prezzo, privilegio una volta riservato al Tesoro pubblico.
Dove finiscono quei soldi? Per oltre la metà nelle tasche dei rentiers. Distribuito in dividendi. Per informazione: i dividendi del CAC sono aumentati del 13% dal 2010, gli stipendi invece del 2%. I rentiers sono francesi? Macché, sono non residenti, per i 2/3. Non sono neanche soldi che ritornano in Francia. Comunque sia queste grosse aziende danno lavoro a molte persone? Si, al 10% della popolazione attiva francese, ma non creano posti di lavoro, li distruggono sistematicamente. L’organico del CAC50(3) all’Esagono è stato ridotto di 44000 dipendenti tra il 2005 e il 2009 mentre l’insieme del settore privato ha creato nel contempo  200000 posti di lavoro (1). Il CAC investe completamente nei paesi emergenti: la crescita dei paesi emergenti costituisce il CAC (2/3 del fatturato in Cina, Brasile e altrove) e reciprocamente. Possiamo sognare dicendo che il CAC conserva le sedi sociali e i centri di ricerca in Francia… Non è neanche più vero. Le grosse aziende (ad esempio Renault in Cina) tendono a trasferire sia il know how sia la ricerca. Inoltre il fatto di mantenere sedi sociali e centri di ricerca in Francia costa caro allo Stato: il credito d’imposta per la ricerca e la debolezza dell’imposta sulle società delle aziende del CAC è un regalo che le incita a rimanere sul posto. Ma il regalo fiscale (le aziende del CAC pagano il 12% di tasse in media contro il 26% per l’insieme delle aziende) fa sì che altri pagano le loro tasse… Chi? Le PMI, i dipendenti. Si penserà che le aziende del CAC distribuiscono commesse e mantengono in Francia un tessuto economico e sociale di PMI. Neanche per sogno. I subappaltanti si lamentano di essere maltrattati dai grossi che non pagano, o con ritardo, rubano i brevetti, rubano i migliori quadri, si servono di loro come ammortizzatori in caso di calo congiunturale. La cultura industriale francese fa sì che i grossi giochino contro i piccoli (non è così per l’industria tedesca). E’ la cultura delle grandi Scuole dell’elite (vivai per il CAC) che non è affatto  estranea a questo disprezzo per le PMI. Il CAC ha in mano le lobby: lobby bancaria, Associazione francese delle imprese private. Anche se per difendersi le aziende del CAC dicono che vogliono conservare “troppi” dipendenti in Francia (sic): troppi rispetto alla quota del loro fatturato in Francia. Tranne che pompano allegramente da tutte le agevolazioni degli oneri sociali.
Quindi cosa facciamo? Tassiamo Total, tassiamo BNP, molto forte quella, non nazionalizziamo, costa troppo, ma introduciamo le « golden share », diritti di veto pubblici nei consigli di amministrazione e ridefiniamo la politica dei salari. Si, ma se tassiamo troppo se ne andranno… Se ne andranno comunque, se ne vanno già e si vendono al migliore offerente! E poi non se ne andranno, né la Total né la BNP. Sono esperti in ricatti e basta.

(1) leggasi l’articolo di Yann Philippin in Libé del 11/03/11
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/CAC_40 “L’indice rappresenta una misura basata sulla capitalizzazione dei 40 valori più significativi tra le 100 maggiori capitalizzazioni di mercato della Borsa di Parigi.” Quando si dice CAC40 quindi si parla delle aziende più capitalizzate secondo quei valori nella Borsa di Parigi
(3) Il IT CAC 50 “era un indice tecnologico – tecnologia, media, telecomunicazioni –  trasversale [francese] che comprendeva i valori tecnologici dei diversi mercati di azioni di Euronext. L’IT CAC 50 consentiva di misurare lo sviluppo della nuova economia e il peso dei valori tecnologici quotati sui mercati gestiti all’epoca dall’Euronext. Ha smesso di essere calcolato alla fine di giugno 2005 ed  è stato sostituito dall’indice IT CAC 20 “(da http://www.trader-finance.fr/lexique-finance/definition-lettre-I/IT-CAC-50.html)

 

 

Version Française

BNP-Paribas: le privilège honteux de battre monnaie

Le CAC 40 brise le pacte social

Bernard Maris, 12 Mars 2011 08:50

82.6 milliards de profits, le niveau de 2007 (96 milliards) sera bientôt rattrapé. La moitié partira en rente, en dividendes versés aux propriétaires, aux « marchés » si vous préférez, ces fameux marchés qui font trembler la Grèce. Deux tiers de cette moitié partira à l’étranger, car le CAC est possédé aux 2/3 par des étrangers. Les dividendes ont progressé de 13%, les salaires de 2%. Les salariés payent pour les rentiers.
Si vous regardez bien : Total surfe sur l’obligation de se déplacer en voiture, BNP sur celle d’avoir de l’argent, Sanofi sur le désir de se soigner. Ces gens ne fournissent pas un service, ils rackettent. Ils taxent une consommation obligatoire. C’est particulièrement vrai pour BNP-Paribas, qui possède le privilège honteux de battre monnaie, de fabriquer gratuitement l’argent qu’il vous vend cher, privilège autrefois réservé au Trésor Public.
Ou va cet argent ? Pour plus de la moitié, dans les poches des rentiers. Il est distribué en dividendes. A titre d’information : les dividendes du CAC ont augmenté de 13% depuis 2010, les salaires, eux, de 2%. Ces rentiers sont des français ? Non, des non-résidents, pour les 2/3. Ce n’est même pas de l’argent qui revient en France. Tout de même, ces grandes entreprises emploient beaucoup de monde ? Oui, 10% de la population active française ; mais elle ne créent pas d’emplois, elles en détruisent systématiquement. Les effectifs du CAC 50 dans l’hexagone ont baissé de 44000 employés entre 2005 et 2009, alors même que l’ensemble du secteur privé à créé, dans le même temps, 200000 emplois (1). Le CAC investit à fond dans les pays émergents : la croissance des pays émergents fait le CAC (les 2/3 du chiffre d’affaires sont en Chine, au Brésil et ailleurs) et réciproquement. On peut rêver en se disant que le CAC conserve ses sièges sociaux et ses centres de recherche en France… C’est même plus vrai. Les grosses entreprises (par exemple Renault en Chine) ont tendance à transférer et leur savoir faire et leur recherche. En plus, le maintien des sièges sociaux et des centres de recherche en France coûte cher à l’Etat : le crédit impôt recherche et la faiblesse de l’impôt sur les sociétés des entreprises du CAC est un cadeau qui les incite à demeurer sur place. Mais le cadeau fiscal (les entreprises du CAC payent 12% d’impôt en moyenne contre 26% pour l’ensemble des entreprises) fait que d’autres payent l’impôt pour elles… Qui ? Les PME, les salariés.
On songera que les entreprises du CAC sont des donneuses d’ordres et maintiennent en France un tissu économique et social de PME. Même pas vrai. Les sous-traitants se plaignent d’être très mal traités par les gros. Ils ne payent pas ou avec retard, piquent les brevets, piquent les meilleurs cadres, se servent des sous-traitants comme amortisseur en cas de baisse de la conjoncture. La culture industrielle française fait que les gros jouent contre les petits (ce qui n’est pas le cas de l’industrie allemande). C’est la culture des grandes écoles (pépinières pour le CAC), et elle n’est pas étrangère à ce mépris pour le PME-PMI. Le CAC tient les lobbys : lobby bancaire, Association française des entreprises privées. Certes, pour se défendre, les entreprises du CAC prétendre conserver « trop » de salariés en France (sic), enfin : trop eu égard à la part de leur chiffre d’affaire en France. Sauf qu’elles pompent allègrement tous les allègements de charges sociales.
Alors, qu’est ce qu’on fait ? On taxe Total, on taxe la BNP, très fort celle-là, on ne nationalise pas, ça coûte trop cher, mais on introduit des « golden share », des droits de veto publics dans les conseils d’administration, et on redéfinit la politique des salaires. Oui, mais si on taxe trop elles vont partir… Elles partent de toutes façons, elles partent déjà et se vendent aux plus offrants ! Et puis elles ne partiront pas : ni Total ni la BNP ne partiront. Ce sont des maîtres chanteurs.

(1) lire l’article de Yann Philippin dans Libé du 11/03/11

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