Banca d’Italia: a quando l’applicazione della legge?

Di tutto un pò… Banca d’Italia…
…è possibile ridefinire l’assetto proprietario della Banca centrale, senza trasferire alcuna quota: basterebbe procedere ad un aumento di capitale della Banca d’Italia interamente sottoscritto dallo Stato o da un ente pubblico. Le quote possedute dagli azionisti privati sarebbero diluite e la proprietà sarebbe, di fatto trasferita allo Stato.
 segnalato dell’amico Claudio Toppano
 http://www.camera.it/409?idSeduta=114&Resoconto=allegato_a.197200




La Camera, premesso che:
l’integrazione della Banca d’Italia nell’ambito del Sistema europeo di banche centrali rende la stessa partecipe delle scelte relative alla determinazione ed all’attuazione della politica monetaria dell’Europa
che, come obiettivo principale, persegue il mantenimento della stabilità dei prezzi;
a questo si aggiunga che, in considerazione della consolidata organizzazione e presenza territoriale, tutte le banche centrali nazionali saranno chiamate a svolgere importanti compiti di natura operativa al fine di realizzare l’obiettivo della stabilità dei prezzi e di esercitare la vigilanza sul sistema bancario;
nonostante l’evidente interesse pubblico e nazionale del ruolo della Banca d’Italia, essa ha conservato per molti aspetti l’originaria struttura societaria privatistica, specie con riferimento al proprio capitale;
le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate dallo Statuto della Banca d’Italia.
In ogni caso deve essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca d’Italia da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di
voto sia posseduta da enti pubblici;
le quote di partecipazione al capitale della banca possono appartenere anche a società per azioni esercenti attività bancaria, risultanti dalle operazioni di trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, recante disposizioni per la ristrutturazione e per la disciplina del gruppo creditizio, ovvero alle fondazioni bancarie;
le fondazioni hanno natura eminentemente privatistica così come stabilito dall’articolo 2 del decreto legislativo citato laddove vengono definite «persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale»;
il capitale della Banca è attualmente ripartito fra 94 azionisti, 87 dei quali con diritto di voto. Tra i soci con diritto di voto, rientrano 79 società bancarie (84,5 per cento del capitale sociale), un istituto di previdenza (5 per cento del capitale sociale) e 7 istituti di assicurazione (10,5 per cento del capitale sociale);
quale che sia il capitale della Banca d’Italia la sua proprietà non é mai indifferente rispetto all’azione della Banca e all’interesse generale del Paese. Del resto, se l’autonomia dell’istituto non fosse legata all’assetto proprietario del suo capitale, non avrebbero senso le previsioni del suo statuto volte a mantenere in mano pubblica la maggioranza delle quote del capitale;
non a caso, la disciplina dei maggiori Paesi stranieri é univoca nel senso di mantenere in capo al soggetto pubblico il controllo del capitale delle banche centrali;
la necessità di salvaguardare l’autonomia della banca centrale porta quindi alla conclusione che sia necessario fissare per legge il principio per cui il capitaledella Banca d’Italia deve essere integralmente pubblico, come già previsto in Germania, in Francia e in Inghilterra;
la legge n. 262 del 28 dicembre 2005 (entrata in vigore il 12 gennaio successivo) prevede che entro tre anni la proprietà debba essere trasferita allo Stato o ad altri enti pubblici secondo modalità da definire;
sul valore della partecipazione in possesso delle banche al capitale della Banca centrale nessuno sa  rispondere, tant’è vero che ogni banca dà una valutazione diversa delle quote che possiede;
se ci si basa sul patrimonio della Banca d’Italia, la valutazione complessiva è intorno ai 20 miliardi di euro. Ma il patrimonio della Banca centrale è frutto del signoraggio passato e appartiene a tutti i cittadini, non può certo essere riconosciuto alle banche azioniste;
estrapolando al futuro gli utili recentemente incassati dagli azionisti privati e attualizzandoli con un tasso di sconto al 5 per cento, si arriva ad una valutazione di circa un miliardo. Ma anche questa è una valutazione arbitraria, perché la distribuzione degli utili riflette la prassi passata e non criteri economici condivisibili;
come sta accadendo in tutto il mondo, in questa fase di crisi finanziaria, anche le nostre banche devono ricostituire il capitale.
Alcune di esse hanno già cominciato a reperire risorse e hanno annunciato che non distribuiranno dividendi. Ma resta ancora molto da fare: la Commissione europea stima che occorrano per le banche del nostro Paese ancora 15-20 miliardi; – il decreto al nostro esame, per soddisfare i vincoli patrimoniali, prevede (articolo 12) che le banche possano emettere obbligazioni subordinate, sottoscritte dallo Stato e convertibili in azioni ordinarie su richiesta dell’emittente. Ma è una risposta poco gradita agli azionisti delle banche, che  dovrebbero pagare un tasso di interesse elevato oppure diluire il loro capitale azionario al momento della conversione;
dal punto di vista degli istituti di credito, sarebbe molto meglio affrontare insieme le due questioni: se lo Stato riconoscesse una valutazione generosa per le partecipazioni in Banca d’Italia, anche il problema della ricapitalizzazione sarebbe ridimensionato. Ma dal punto di vista dell’interesse generale, tuttavia, le due questioni vanno tenute distinte;
l’esigenza di ricapitalizzare le banche è fuori discussione, e lo strumento delle obbligazioni convertibili è adeguato.
Sarebbe invece profondamente sbagliato – come sottolineato da ultimo dal rettore della Bocconi fare regali agli azionisti delle banche, a spese del contribuente.
Il sistema bancario italiano è solido e tutto sommato poco esposto alla crisi finanziaria. Lo Stato italiano invece deve fare i conti con un enorme debito pubblico. Inoltre, le banche hanno già ricevuto aiuti dallo Stato sotto forma di garanzie sui loro debiti. Molte altre imprese italiane sono in difficoltà, e dovranno fronteggiare la crisi senza aiuti statali. Non c’è ragione di favorire gli azionisti delle banche rispetto a quelli di altre imprese. Tanto più che il regalo arriverebbe a chi ha più partecipazioni in Banca d’Italia, e non alle banche meno capitalizzate;
è possibile ridefinire l’assetto proprietario della Banca centrale, senza trasferire alcuna quota: basterebbe procedere ad un aumento di capitale della Banca d’Italia interamente sottoscritto dallo Stato o da un ente pubblico. Le quote possedute dagli azionisti privati sarebbero diluite e la proprietà sarebbe, di fatto trasferita allo Stato. Poiché il capitale sociale ha un valore irrisorio (56mila euro), l’onere per il bilancio pubblico sarebbe trascurabile;
la questione dell’assetto proprietario di Banca d’Italia è rimasta aperta troppo a lungo. Prima la si chiude, meglio è. Anche per evitare che la banche, magari illudendosi che possano arrivare regali insperati o valutazioni fantasiose delle loro partecipazioni, rimandino al futuro una ricapitalizzazione che invece va fatta ora,
impegna il Governo


ad adottare le opportune iniziative volte a trasferire in mano pubblica la maggioranza delle quote del capitale della Banca centrale italiana, senza fare indebiti regali alle banche a spesa dei contribuenti, anche al fine di risolvere il conflitto di interessi tra controllore e società controllate, che sono proprietarie dello stesso organo di controllo, ed attuando quanto previsto dalla delega conferita al Governo in materia dalla legge n. 262 del 2005.
9/1972/65. Razzi, Borghesi, Messina, Cambursano.

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