Abruzzo: riserve di indigeni nelle "new town"

Nicoletta Forcheri
Al momento di pubblicare la notizia di Marco Cedolin sotto, apprendo dai TG che stanno effettuando gli espropri di terreni agricoli nelle periferie dei borghi terremotati di Abruzzo. Ogni qualvolta che sento la parola “esproprio”, trasecolo, un fremito mi percorre all’idea delle sofferenze di chi viene strappato dalla propria terra, dal suo orticello, dal suo pezzo di identità, come se gli strappassero un pezzo di sé, e non posso non pensare alla violenza inaudita inferta ai palestinesi, tutte le volte che si sradicano i loro ulivi, piante secolari essenziali per la loro identità culturale.

I paesaggi e i borghi fanno parte della nostra identità, vengono introiettati nella nostra coscienza, e contengono riferimenti identitari, punti di ristoro, momenti di tregua, purtroppo anche disturbi laddove recano ferite aperte, ma più spesso ricordi, cui sono legate le nostre personali emozioni, o quando assurgono valori simbolici, i nostri sentimenti comuni di appartenenza di popolo, di paese, di tribù. I paesaggi e i territori, sui quali hanno sudato i nostri avi per renderli coltivabili, per arrestarne gli smottamenti con terrazze, per ricostruirli dopo i terremoti, trasudano di energia atavica che ci racconta e ci nutre – ci tramanda – per chi volesse recepirla, la nostra stessa storia, da dove noi veniamo. Non solo, essi ci indicano anche la strada, il filo di arianna, la bussola per orientarci in un futuro che ci invade, violento, come un mare in burrasca. In quei pezzi di paesaggio intonsi risiede la chiave, lì possiamo dipanare la matassa, lì possiamo cogliere tesori di sapere, lì giacciono risorse per nutrirci, lì il nostro specchio per sapere chi siamo, lì la nostra strada per sapere dove e come ci andiamo. In quelle magiche intricate piantine dei nostri borghi, e delle nostre città storiche, tutta l’arte di vivere e di convivere dei nostri nonni, la loro stupenda funzionalità, la loro semplice ingeniosità. Lì tutte le nostre ricchezze e i nostri ori – che altri non ce ne sono.
Quando sento quella infausta parola, non riesco ad allontare dalla mente quella mia persistente visione di un popolo, il nostro, spostato in campi profughi, container, camper o in squallide periferie di palazzoni tipo HLM, con strade larghe, private di verde, di negozi, di piazzetta, di fontana, di sagrato della chiesa, private del buio e delle stelle. Private del cielo blu. Cielo grigio di scie chimiche. Telecamere in ogni angolo. Privacy come gruviera. Nessun salotto cittadino. Nessun giardino. Nessuna fierezza. Solo una squallida prigione di cemento dove l’umano diventa alieno, si estranea, e il tessuto sociale si sfalda. Tutti debitori, tutti incasellati – persino le aiuole – in squallide statistiche attuariali.

E non posso non chiedermi come mai non sia più affermato chiaro l’impegno di ristrutturare tutte le case dei centri storici. E non posso non pensare alla colonizzazione dei centri storici e alla cessione di interi borghi a qualche riccastro saccheggiatore del pianeta o a qualche tour operator – come sta avvenendo in tutta Italia. Grazie allo sfratto degli indigeni nelle nuove riserve di indiani chiamate “new town”.

NF
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Chi pagherà la ricostruzione in Abruzzo?


di Marco Cedolin
[fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2009/05/chi-paghera-la-ricostruzione-in-abruzzo.html%5D

Si stanno gradualmente spegnendo i riflettori dell’attenzione mediatica intorno ai terremotati d’Abruzzo. Si stanno spegnendo, dal momento che dopo avere costituito una passerella senza paragoni per faccendieri politici di ogni risma e colore, recatisi all’Aquila come tanti Re Magi a portare in dono “parole di solidarietà”, ora il tempo delle parole sembra essere terminato, mentre sta sopraggiungendo quello della ricostruzione, per realizzare la quale occorrono i denari che la politica della commozione televisiva non sembra avere alcuna intenzione di scucire.


Proprio in merito ai finanziamenti per ricostruire le case crollate e gravemente lesionate, la situazione si sta facendo ogni giorno che passa più surreale, con il governo impegnato in complessi esercizi di equilibrismo, volti a salvaguardare i risultati della campagna elettorale. Risultati che rischierebbero di venire compromessi qualora fosse chiaro a tutti che i cittadini abruzzesi si vedranno costretti a sovvenzionare la ricostruzione di tasca propria, attingendo ai propri risparmi o indebitandosi con le banche.


In un emendamento al decreto legge per L’Abruzzo il governo ha scritto che “il contributo è determinato in ogni caso in modo tale da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione nello stesso comune, o l’acquisto di un alloggio equivalente che rispetti le misure antisismiche”. Quanto basta per potere affermare trionfalmente in TV e sui giornali che lo Stato coprirà al 100% le spese di ricostruzione per i terremotati.
All’interno dello stesso emendamento si può però leggere che l’erogazione dei contributi funzionerà “anche con le modalità del credito di imposta e di finanziamenti agevolati”. Ed ecco l’inghippo, probabilmente destinato a concretarsi dopo la chiusura delle urne, in virtù del quale i cittadini abruzzesi scopriranno di essere costretti a “tirare fuori” in prima persona la maggior parte dei denari necessari per ricostruire le loro abitazioni.

Immaginando un “contributo statale” di 150.000 euro (limite massimo fissato dal governo) questo sarà infatti ripartito con tutta probabilità in tre parti. Un acconto di 50.000 euro verrà anticipato realmente e costituirà l’unico contributo sul quale il disgraziato terremotato potrà effettivamente contare. Altri 50.000 euro verranno offerti sotto forma di credito d’imposta. Il terremotato potrà cioè scalarli man mano dalle tasse che dovrà pagare negli anni a venire, sempre che egli continui ad avere un lavoro e pertanto a percepire un reddito sul quale pagare le tasse.
Gli ultimi 50.000 verranno concessi per mezzo di un mutuo agevolato. Il terremotato potrà insomma farsi carico di un mutuo presso le banche, da restituire in prima persona, detraendo la rata del prestito dai suoi redditi futuri, sempre ovviamente che questi esistano.


I terremotati abruzzesi che possiedono sufficienti risorse finanziarie potranno insomma ricostruire le proprie case a loro spese, con un contributo dello Stato che andrà da uno a due terzi, a seconda del fatto che essi abbiano o meno la fortuna di continuare a percepire un reddito negli anni a venire. Quelli che non posseggono le risorse finanziarie, saranno destinati ad albergare a tempo indefinito nelle baracche, nelle tende o nelle cuccette delle carrozze ferroviarie dimesse, continuando a chiedersi come sia potuto accadere, dal momento che il governo aveva assicurato la copertura del 100% delle spese di ricostruzione, prima delle elezioni.


[Dalla newsletter di Beppe Grillo]
L

di R.S.
Ciao Beppe,
sono una precaria aquilana, lavoravo come assegnista di ricerca nella facoltà di ingegneria, se vuoi vedere come è messa vai sul sito della facoltà e vedi che orrore!
Nella sfortuna però posso dire che la mia famiglia è salva, ma temo per il futuro di noi tutti.
A L’Aquila stanno per fare un macello tutto all’italiana. La nostra città ha un forte legame con la terra, in modo particolare nelle zone delle frazioni. Il comune dell’Aquila ha più di 40 piccole e piccolissime frazioni dove, meravigliosamente, ci sono ancora pecore e galline in libertà, uno spettacolo che ha del commovente.
Le case sono cadute, buttate giù da un terremoto che, ci fanno credere, è stato 5.8 (???).
Le speranze erano poche prima ed ora sono quasi nulle.
Il lavoro è sempre stato pochissimo da queste parti.
Adesso ci RUBANO anche la nostra terra per fare un abuso edilizio autorizzato!! Perchè non vanno in giro per il territorio e non abbattono i ruderi, le case che ormai sono a terra o quasi e non ricostruiscono lì lasciando fare al privato?? Ogni persona si rifà la casa NUOVA ED ANTISISMICA dove ERA la sua casa, senza andare a rubare la terra di una persona che magari ha sacrificato tutti i risparmi di una vita per comprare LEGALMENTE il suo fazzoletto di terra.
Mi chiedo se stanno requisendo anche i terreni che, dichiarati anche da prima edificabili, sono in mano ai costruttori!! La risposta non la sò…ma credo che quei terreni non saranno tolti ai costruttori.
Ci sono ettari ed ettari di terreni demaniali, perchè devono prendere terreni coltivati o coltivabili e toglierli a gente che, magari, di terra ci viveva?
Tutto questo è un orrore! Ci saranno terremotati di serie A e terremotati di serie B. Quelli di serie B oltre alla casa ci rimettono pure la terra!
Io voglio essere il tormento di tutti gli stronzi che sono venuti a L’Aquila senza sapere nulla della città, che ci hanno tolto il silenzio e la dignità del dolore, che hanno violato il nostro territorio dopo averci speculato e che adesso, non paghi, vogliono sfregiarlo ancora di più.
Che se ne vadano a casa loro a fare le prodezze edili e lascino a noi la nostra terra e la possibilità di ricostruire la nostra città ed i nostri borghi senza che vengano a mangiarci gli stessi che hanno costruito il nostro scandaloso ospedale.
Quale sarà il giro di mazzette attorno alla costruzione delle casette per gli sfollati? Chi ci mangerà? Chi ci guadagna con le emergenze e con le catastrofi? Perchè non lasciano fare a noi, agli aquilani? Perchè?
Grazie Beppe!



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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Ulisse9 ha detto:

    Ciao Nicoletta,
    come sempre un articolo chiaro e preciso, corroborato da quello di M. cedolin e dalla precaria Aquilana. Alla domanda finale della quale posso rispondere:
    “Perché se lasciassero fare a voi, non ci sarebbero mazzette da distribuire e non ci sarebbero guadagni enormi per i soliti approfittatori amici degli amici”.
    Mi dispiace ma è così.
    Ma è su un punto del tuo post che mi voglio soffermare, laddove scrivi:
    “Telecamere in ogni angolo. Privacy come gruviera. Nessun salotto cittadino. Nessun giardino. Nessuna fierezza. Solo una squallida prigione di cemento dove l’umano diventa alieno, si estranea, e il tessuto sociale si sfalda.”.
    Ecco qui hai colto il punto: lo scopo di questi esseri che ci (S)governano è proprio quello di arrivare allo sfaldamento del tessuto sociale,togliendo la fierezza ai cittadini, e costringendoli a rinchiudersi sempre più nelle loro case (e nel loro privato)fino a non farli più sentire parte di una comunità (concetto pericoloso per gli aspiranti monarchi assoluti) ma solo delle Monadi che non riescono ad interagire per degli interessi comuni(in pratica è l’esasperazione del principio romano del “divide et impera).
    Et voilà, il gioco è fatto.
    Speriamo solo che entri in gioco qualche variabile aleatoria, non considerata dagli aspiranti monarchi, che faccia fallire il loro infame disegno.
    Ciao,
    Francesco

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