SVENDITA: Aridatece l’IRI. Miro Renzaglia

Qualcuno, infine, in cerca di soluzioni per la crisi finanziaria esplosa a settembre ma largamente prevista da almeno un biennio, se ne è ricordato… Di cosa? Ma dell’Iri, ovviamente.
Do you rimember Iri?
Iri è un acronimo, sta per: Istituto per la Ricostruzione Industriale… Molti (non so quanti…) se lo ricordano per il mostro clientelare che la politica tangentocratica della repubblica nata dalla resistenza lo fece via via diventare riuscendo, infine, a smantellare quello che, dalla sua creazione fino agli anni ‘60, era considerato un modello di gestione sano dell’economia e della sua produzione industriale, agricola e del terziario…
Forse non ci crederete ma l’Iri nacque in circostanze del tutto analoghe alle attuali… Correva l’anno 1933, da qualcuno ricordato come XI dell’era fascista, e il mondo, soprattutto quello occidentale, si sbatteva all’interno della crisi finanziaria del 1929 scatenata, allora come ora, pensate un po’, negli Usa…
Il sistema creditizio americano, allora come ora, crollò e, con esso, si trascinarono nella morsa della recessione e del disastro economico e produttivo i sistemi che a quel modello facevano riferimento e di quel sistema erano complici…
Per una di quelle avventure che altri (non io…) chiamò della “Provvidenza”, in Italia – come si diceva sopra – vigeva un governo (ma che dico: governo? si governano le vacche: gli uomini si dànno un “regime”…) che pretendeva infischiarsene altamente delle scongiure accademiche e dei dettami liberisti. Primo fra tutti, quello del laissez faire… Di “lasciar fare” alla “mano invisibile del mercato”, che minacciava di strangolare popolo e nazione, non ritenne darsene per inteso… E s’inventò qualcosa d’altro e di diverso pur di sottrarre il collo degli italiani dal cappio dell’usura…
Perdonate se ripeto lo scritto di Qualcuno già citato (da me…) altrove: «Cos’è questo liberismo? Se qualcuno ritiene che per essere perfetti liberali bisogna dare a qualche centinaio di incoscienti, di fanatici, di canaglie la libertà di rovinare quaranta milioni di italiani, io mi rifiuto energicamente di concedere questa libertà…». Detto fatto, quel Qualcuno si regolò di conseguenza…
Bisogna dire che il Capo di quel governo (oppss, scusate: volevo scrivere “di quel regime”…) aveva, ancora allora (dico così, perché in seguito il fiuto lo tradì…), un fiuto, appunto, incredibile nello scegliersi gli uomini cui affidare la responsabilità di gestione di settori vitali della vita societaria: voleva riformare la scuola? e, beh, mica ci metteva una Gelmini o un Berlinguer qualsiasi… macché, Lui si andava a prendere il massimo filosofo italiano: Giovanni Gentile; voleva riformare la giustizia? e mica si rivolgeva ai suoi avvocati di fiducia per cotanta impresa: convocava il più grande giurista esistente: Alfredo Rocco; voleva riformare il sistema economico italiano, per risparmiargli una crisi che, pur venendo da lontano, avrebbe travolto la nazione? beh, pur con tutto il rispetto per l’attuale nostro ministro dell’Economia e della Finanza, incaricò Alberto Beneduce [nella foto a sinistra]… Non so se mi spiego…
Mo’, si dà il caso che il Beneduce (nomen est omen?) provenisse da esperienze politiche socialiste-riformiste; che avesse collaborato con la Banca d’Italia nelle politiche di sostegno all’industria bellica (‘15-‘18); che, nel 1916, fosse nominato amministratore delegato dell’Ina; che, nel 1919, dimessosi dalla carica amministrativa (ah! c’era un conflitto di interessi che si rispettava… all’epoca…) per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste socialiste; che divenne deputato e, da lì, presidente della commissione Finanze della Camera; che, nel 1921, fu ministro del Lavoro del governo presieduto da Ivanoe Bonomi; che, nel 1924, non si ripresentò alle elezioni, abbandonando così la carriera politica. Putacaso, l’allora Capo del governo, che non gliene poteva frega’ di meno delle antecedenze politiche di chi reputava utile alla causa della nazione, nel frattempo lo aveva preso a stimare, tanto da farne, nel 1925, presidente dell’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità.
Oh! La Pubblica Utilità… Chi ricorda ancora cos’è la pubblica utilità? Volete mettere quanto era meglio parlare, fino a ben poche settimane fa, di utili di mercato? Beh, invece, all’epoca, la pubblica utilità era ancora l’obiettivo mirato dall’azione di (Quel) governo… E, quando la crisi finanziaria del 1929 cominciò a far sentire gli spifferi della tempesta anche al di qua dell’oceano Atlantico, il suo Capo alzò la cornetta, chiamò Alberto Beneduce e gli fe’:
«Senti, Benedù… qui va tutto a puttane, mica solo il fascismo… qui va a puttane l’America, l’Europa e pure l’Italia… quelle cazzo di banche della Commerciale, del Credito italiano e del Banco di Roma, se so’ compromesse colle consorelle americane… ‘tacci loro… quelle crollano, crollano pure le nostre e bonanotte ar secchio de tutti li sonatori… Che se pò fa’? Le finanziamo?»
«Ma che sei scemo? – gli rispose Beneduce – La Banca d’Italia è già esposta per 7 miliardi ar fine de sostenelle. Je ne damo n’artri po’, de sordi? E quando ne uscimo più fora? Se pò fa’ de mejo…».
«Per esempio?», chiese Lui…
«Per esempio: lo stato assorbe le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non falliscano; però, poi, trasferiamo le partecipazioni ad un ente statale creato ad hoc. In questo modo, lo stato smobilizza le banche in rotta e diventa proprietario per una percentuale rilevante del capitale azionario delle imprese in debito con quelle banche stesse e, di fatto, diventa pure il maggiore imprenditore nazionale… A quel punto, è lo stato che dirige i consigli di amministrazione delle imprese…».
Lui ci pensò un po’ su… Poi, riprese la parola: «A Benedù… ma che me stai a propone la socializzazione delle imprese?».
«No, non ancora: è prematuro, prima devi da fini’ de costruì lo stato corporativo… Ma, intanto, se c’è lo stato nei consigli d’amministrazione delle imprese è mejo de che se ce stanno li banchieri… e se i super-profitti li reinvestimo in opere pubbliche anziché lascialli alle banche pe’ li giochetti de borza de li mortacci loro, ‘ansai quanto sarebbe mejo ancora?»…
«E certo che sarebbe mejo… – fece Lui, grattandosi la capa pelata e dubbiosa – ma famme capi’ ‘na cosa: se nun li caccia fora la Banca d’Italia li sordi per rileva’ le banche, chi li caccia?».
«E i bot, che l’hanno inventati a fa’? Famo emette li boni dall’Ente de stato che andamo a crea’… Voi scommette’ che er risparmiatore preferisce affida’ er gruzzolo suo allo stato anziché alle banche, soprattutto in ‘sto momento? Che ne pensi, te? », sapendo, il Beneduce, che il duce, lesto di comprendonio, malgrado la pelata, avrebbe detto “bene”…
«Bene… So’ d’accordo co’ te: famo come dichi tu… E come lo chiamamo ‘st’ente statale? Io lo chiamerei: “Banche Andatevene Affanculo”… Famme ‘n po’ vede’ che acronimo sorte fora? Ecco, viene fora: “Baa”… che te sembra?».
«Aho! Sei sempre er solito massimalista… bisogna esse’ più moderati… Ecco, chiamamolo: Istituto per la Ricostruzione Industriale…».
«Iri? ».
«Sì: Iri…».
«Vabbeh… Iri me sona bene».
Il resto è storia:
23 Gennaio 1933. Il governo istituisce l’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) espandendo il ruolo di controllo dell’economia da parte dello stato. L’Iri giungerà ad avere oltre il 21% del capitale azionario di tutte le società per azioni italiane.
12 Marzo 1934. L’Iri assume la proprietà della Banca Commerciale, del Credito Italiano, della Banca di Roma e di molte imprese controllate da questi istituti bancari: Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, Sip, Sme, Acciaierie Terni, Edison…
24 Maggio 1934. Mussolini dichiara: «I tre quarti dell’economia italiana, industriale ed agricola, sono nelle mani dello stato». Forse esagerava un po’ sulle quote: l’uomo era così ma, comunque, la via era tracciata…
La crisi finanziaria del ‘29 fu superata e il “modello Italia” venne additato come esempio virtuoso di economia politica…
L’Iri – pensate, ancora – sopravvisse perfino agli esiti fatali di Quel regime. Negli anni ‘60, in tempi di “boom economico”, proprio l’Iri fu tra i protagonisti del “miracolo italiano”. I governi laburisti inglesi, e non solo loro, guardavano alla “formula Iri” come esempio positivo di intervento dello stato nell’economia, giudicandolo senz’altro migliore della semplice “nazionalizzazione”, perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato. Il che, se ci pensate bene, in termini di politica economica è esattamente la terza via fra capitalismo puro e comunismo…
Poi, vennero prima Prodi, nel 1982, a ridurre il raggio d’influenza dell’Iri, cominciando a parlare di “privatizzazioni” e, quel che è peggio, a praticarle; poi, venne l’accordo (1992) Andreatta (allora ministro del Tesoro del governo Giuliano Amato) – Van Miert (commissario europeo alla “concorrenza”) che, sulla base del Trattato di Maastricht (un obbrobrio di puro stampo liberista), alzò il tiro delle privatizzazioni fino alla liquidazione dell’Enel, dell’Eni, eccetera, eccetera, eccetera… fino alle dismissioni finale di Telecom Italia e Autostrade, con la garanzia agli acquirenti delle laute rendite di cui hanno goduto e godono e con quale scapito per i servizi “pubblici” ben si sa…
Fino a che, nel 2002, l’Iri fu messo in definitiva liquidazione, incorporato in Fintecna, alias: Finanziaria per i Settori Industriale e dei Servizi S.p.A., una società che è, sì, sotto controllo completo del Ministero dell’economia e della Finanza ma che ha come ragione sociale principale il coordinamento e controllo delle società “con prospettive di uscita dal portafoglio”, alias, ancora: “privatizzazioni-liquidazioni”. Pace all’anima dell’Iri…
Ora, io, con “Aridatece l’Iri”, cosa voglio sostenere?
Ma che cazzo! È la centomilionesima volta che il liberismo mostra i limiti della sua infamia e crolla… E, ogni volta che crolla, chiede allo stato – dal quale, in tempi di vacche grasse (per i liberisti) pretende che se ne stia alla larga dai suoi affarucci di mercato e non interferisca – di rifarsi vivo e di salvare le sue imprese primarie: vale a dire, le banche…
E pure stavolta sta ripetendo il giochetto: “aiuto aiuto… stiamo crepando perché siamo talmente ingorde da aver investito i vostri soldi (del contocorrentista e/o azionista) in prestiti scriteriati… Però, se crolliamo noi (le banche) le imprese chi le sostiene? Tanto più che (le imprese…) sono tutte nostre debitrici (molto più che nel ‘29…). O ci tirate fuori dal buco nel quale ci siamo cacciate o ci finite dentro pure voi, stati e imprese…”.
E va bene, gli risponderei io… Socializzeremo le vostre perdite… Però, facciamo come si fece in Italia nel 1933: io, stato, pago le vostre malefatte ma, da questo momento in poi, le imprese debitrici con voi, lo sono con me, stato… Indi per cui, entro nei consigli di amministrazione delle imprese produttive e voi, banche, ne uscite… Do ut es…
Se pò fa’… Se pò fa’… Volendo…
Miro Renzaglia
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